Parlare di un libro come Verdi colline d’Africa è estremamente difficile, forse perché si rischia di banalizzarne i temi e i contenuti. L’intento di Ernest Hemingway era di descrivere in toni realistici il suo safari in Africa del 1934, eppure – al di là della forte connotazione biografica – ciò che emerge con maggior forza è uno smisurato amore per il continente africano.

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Per Hemingway l’Africa non è solo una riserva di caccia che ospita animali maestosi, ma soprattutto un luogo magico in cui misurarsi con la natura nella sua interezza e assaporare il gusto della libertà assoluta. Una terra sconfinata dove il tempo sembra dilatarsi e regalare maggiori occasioni di riflessione. Non è un caso se in questa dimensione sembrano più congeniali anche le considerazioni su vita, letteratura e scrittura che, per Hemingway, è uno dei pochi punti saldi della propria esistenza.

Lavorare era l’unica cosa che mi facesse stare veramente bene; ed era anche la mia dannata vita, e io l’avrei potuta indirizzare dove e come meglio mi fosse piaciuto. E il luogo dove ora l’avevo condotta mi garbava molto. Questo cielo era più bello di quello d’Italia. Non era per niente vero. Il cielo più bello era quello d’Italia, di Spagna e del Nord-Michigan d’autunno. E d’autunno nel golfo al largo di Cuba. Era possibile trovare un cielo, ma non un paese più bello. Quel che desideravo sin d’ora era ritornare in Africa. Non l’avevamo ancora lasciata, ma già sapevo che svegliandomi la notte sarei rimasto in ascolto, pieno di nostalgia.

[…]

Ora, trovandomi in Africa, ne volevo sempre di più, avido dei cambiamenti di stagione, delle piogge quando non hai necessità di viaggiare, dei piccoli disagi per i quali hai pagato perché tutto sembri più vero, dei nomi d’alberi, di piccoli animali e di tutti gli uccelli, e di sapere la lingua, e della possibilità di restarci e di percorrerla senza fretta.

La struttura del libro, articolata in quattro parti, è caratterizzata da un ritmo episodico per tutte le 255 pagine: la narrazione segue le tappe del safari di cui Hemingway redige una sorta di diario o cronistoria. Non ci sono date precise a scandire i vari avvenimenti, lo scrittore americano preferisce soffermarsi sulle scene di caccia più difficoltose, sui momenti di riposo presso l’accampamento e spesso descrive non solo il panorama circostante ma anche i suoi compagni di viaggio. Oltre alla moglie, qui ribattezzata P.V.M. ovvero “povera vecchia mamma”, ci sono la guida di professione “Pop”, le varie guide indigene e i portatori di armi, con i quali Hemingway riesce a instaurare sempre una comunicazione costante, spesso utilizzando anche poche parole della loro lingua. Infine c’è l’altro cacciatore bianco Dan, con cui Hemingway intrattiene un confronto, una competizione quasi unilaterale.

Sarò onesta: per apprezzare a pieno questo libro, soprattutto se non amate la caccia (e questo è sicuramente il mio caso), dovete fidarvi del messaggio che Hemingway costruisce riga dopo riga. La sua dichiarazione d’amore è anche un invito a rispettare la bellezza di ciò che non ci appartiene:

I continenti invecchiano presto quando arriviamo noi. Gli indigeni vivono in armonia con essi, ma gli stranieri distruggono […].

Un paese è fatto per rimanere quale noi lo troviamo. Siamo noi i disturbatori e dopo la nostra morte esso si troverà anche del tutto rovinato […]

Io sarei tornato in Africa, ma non per guadagnarmi la vita, per questo mi bastavano un paio di matite e poche centinaia di fogli della carta meno cara. Ma sarei tornato là, dove mi piaceva vivere, vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni.

Gwen

 

 

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