Antonio Pennacchi ha ribadito più volte quanto il suo editore, Mondadori, storcesse il naso per la parola ‘Mussolini’ nel titolo del libro che avrebbe poi vinto lo Strega. Pare che le librerie si potessero spaventare nel mettere in vetrina un libro che richiamasse così fortemente Benito Mussolini – come se ci fosse la possibilità che, facendolo, potesse tornare in vita. Credo sia una sorta di paura ancestrale per gli italiani e l’Italia tutta, dati i fatti storici. Che poi quanto storici bisogna vedere, perché ci sono state revisioni e revisioni sugli accadimenti italiani durante la dittatura fascista e nel suo pre-insediamento. Perché un conto é l’ideologia ed un altro é la storicità dei fatti, nuda e cruda (che probabilmente tale non sarà mai). Il primo – e forse più famoso – revisionista mussoliniano é stato Renzo De Felice: quando pubblicò il primo degli otto volumi sulla biografia di Mussolini, la storiografia italiana subìva ancora fortemente l’ideologia antifascista, tanto che De Felice venne accusato dalla sinistra di voler, in qualche modo, giustificare il fascismo e di aver troppo preso a cuore il personaggio di cui stava scrivendo. Ma lo storico italiano aveva fonti accurate e documentazioni storiche dalla sua, e l’ideologia imperante dovette riconoscere alla sua opera il merito di aver aperto un nuovo modo di porsi dinanzi agli studi accademici dedicati al fascismo.

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È in questo contesto che si  inserisce il libro di Vincenzo Di Michele, L’ultimo segreto di Mussolini. Quel patto sottobanco fra Badoglio e i tedeschi, edito da Il Cerchio nel 2015 e disponibile attualmente anche nelle edicole di tutto il litorale pontino. Un saggio storico – pubblicato anche in lingua inglese – che lancia una nuova prospettiva sulla prigionia di Mussolini a Campo Imperatore e sulla sua successiva liberazione da parte dei tedeschi. Attraverso le testimonianze dei pastori del luogo, si scopre che la prigionia dell’ex Duce non fu poi così intensa come volevasi far passare: innanzitutto non era affatto segreta, perché tutti gli abitanti del luogo (persino i bambini) erano a conoscenza del famoso ospite che abitava la stanza 201 (ancora intatta) dell’albergo di Campo Imperatore. Mussolini poteva fare quello che desiderava, “vedere gente, ricevere e inoltrare lettere clandestine”, giocare a carte. Ma il punto storico più importante, a mio avviso, é quello che riguarda la sua liberazione: la famosa “operazione Quercia” tanto declamata dai tedeschi per liberare il capo italiano, che venne definita un una vera e propria impresa per via dei 200 uomini di guarda che controllavano a vista il prigioniero (viva la propaganda), pare non andò esattamente così. Attraverso la testimonianza di un addetto alla sorveglianza personale di Mussolini, Nelio Pannuti, si scopre che il giorno precedente l’arrivo germanico con gli alianti (i mezzi di trasporto erano veritieri) i comandanti diedero l’ordine di togliere le mitragliatrici dal tetto e chiudere i cani in cantina, ed il giorno seguente non vi fu alcuna resistenza da parte degli italiani, anzi, “a liberazione avvenuta, ci radunammo tutti in pacifica compagnia dei tedeschi nella sala dell’albergo”, tali sono le parole di Pannuti.

copertina retro Insomma, pare che l’azione di liberazione fosse un tantino concordata tra italiani e tedeschi, così come caotica era pure l’organizzazione della sua prigionia (se mai organizzazione ci fu – cosa discutibile, visti i non ordini da parte di Badoglio e la situazione caotica post-8 settembre 1943 che lo portò ad un accelerato ripiegamento verso Brindisi). Le testimonianze, gli articoli, gli ordini di servizio dell’epoca raccontano una realtà ben diversa di quella di cui si sono glorificati i vicini tedeschi, ed è grazie al revisionismo che a distanza di più di 70 anni si riesce ad accendere qualche luce in più sui fatti dell’epoca, che rimangono nascosti forse per una vergogna endemica che certamente il fascismo ha provocato, ma che devono trovare la loro ribalta storica, perché mai come in questi tempi l’Italia ha bisogno di verità e non di congetture ideologiche.

Come scriveva De Felice, 

Lo storico non può essere unilaterale, non può negare aprioristicamente le “ragioni” di una parte e far proprie quelle di un’altra. Può contestarle, non prima però di averle capite e valutate.

Vera

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