fellini Arrivo molto tardi a leggere questo libro, e non è esattamente il massimo per chi ha studiato cinema (come me). Diciamo che ne ho letto dei pezzi durante l’università, ossia le interviste e gli articoli di Tullio Kezich che poi sono confluiti in questo Federico. Fellini, la vita e i film, edito da Feltrinelli nel 2007, che ha anche vinto nel 2008 il Prix du Syndicat Français de la Critique de Cinéma come miglior libro straniero sul cinema. Kezich, morto purtroppo nel 2009. Due parole – e sono comunque troppo poche – sull’autore: Kezich é stato uno dei più grandi critici cinematografici italiani, probabilmente uno degli ultimi della sua specie, in quanto il mestiere del critico é stato riposto gradualmente in soffitta, sostituito dal più generico giornalista. La sua attitudine alla scrittura e l’amore sconfinato per il cinema lo portarono ad essere per decenni ad essere amico ed ammiratore del grande Maestro emiliano-romano, Federico Fellini. 

In questa eccezionale biografia, Kezich parte (un po’ faticosamente, come un diesel) proprio dalla nascita del grande regista, la prima di tante leggende che lo vorrebbe nato addirittura su un treno in corsa, in quel di Rimini, per arrivare poi alla sua discesa a Roma, dove incontra Giulietta, inizia la sua collaborazione al Marc’Aurelio e le prime collaborazioni con il cinema. E’ proprio quando inizia la sua vita da regista che il libro prende quota: ogni film é protagonista di un capitolo, e Kezich riesce ad amalgamare la cronaca del tempo, le storie intorno alla nascita e alla realizzazione del film, le polemiche, i premi, le leggende, le rivalità, i rapporti di amore ed odio tra il Maestro ed i suoi attori così come con i suoi produttori, che immancabilmente battevano spesso e volentieri in ritirata per le difficoltà del regista ad ultimare le riprese e per i costi che tendevano ad innalzarsi.

fellini dedica 2 Le pagine più belle e commoventi (almeno per chi scrive) sono quelle dedicate a La dolce vita, Amarcord, E la nave va, 8 e mezzo, perché piene delle inquietitudini erotiche, dei sogni folli, delle vicende personali di Fellini – che invece diceva che il cinema dove inventare tutto, non documentarlo, ma immancabilmente finiva per mettere se stesso, la sua vita e quella di chi lo circondava in ogni suoi film). Su E la nave va voglio riportare le parole del regista stesso:

Questa storia l’avevo scritta con Tonino Guerra tre anni fa, d’estate, rapidissimamente perché eravamo sicuri che il film non si sarebbe fatto. Una cosa breve, un copioncino. Poi c’é stato il solito alternarsi di false partenze e soste asfissianti, di entusiasmi e di scoramenti. Come si può pretendere di conservare per tanto tempo il profumo, la verità, l’ispirazione di quello che hai pensato? Dopo tre anni non ce l’hai più: é svanito, marcito.E così alla partenza effettiva di questa nave, annunciata e rimandata troppe volte, mi sono ritrovato che non ci credevo più: ero distratto, immerso in altre cose. Il film dentro di me era come un visitatore stanco dopo una lunga attesa, se n’era andato. Ma il cinema ha questo di salutare: anche se la voglia originale si è dileguata, la realizzazione comporta una tale serie di problemi concreti che vai avanti a fare la cosa senza renderti conto di non ricordarla più. Il film lo giri senza sapere esattamente di che si tratta. Ti appassioni al lavoro per il lavoro: una somma di vernici, chiodi, stoffe, rapporti, ire, esaltazioni, stanchezze. Perciò io favoleggio che vorrei continuare sempre così, senza interrompermi. Perché questa per me è vita, anzi è la vita. Il cinema non ha bisogno della grande idea, degli amori infiammati, degli sdegni: ti impone un solo obbligo quotidiano, quello di fare. Dopo tanti anni questa é l’unica cosa di cui sono sicuro. Tutto avrebbe un altissimo significato per me anche se il film non venisse stampato, montato, proiettato. Anche se nella macchina non ci fosse la pellicola. O se non ci fosse neppure la macchina.

Ecco perché questa non è una semplice biografia. La vita di Fellini era il cinema, e Kezich la incastona sapientemente nell’Italia del tempo, tra la censura, il proibizionismo sessuale, le ingerenze politiche ed ecclesiastiche, arrivando a spiegare perché uno che odiava andare ai Festival o a ritirare dei premi continuava a fare film. Perché altrimenti non sarebbe stato vivo, semplicemente.

Vera

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