Mea culpa: ho recuperato solo adesso (!) uno dei Romanzi – con la r maiuscola – per eccellenza. La prima volta che mi sono accostata a Frankenstein quasi sicuramente fu al liceo, quando vidi il film (Gwen ne é testimone oculare) di Branagh con De Niro. E la reazione di allora è la stessa di oggi, dopo aver letto il romanzo: l’infelicità per l’emarginazione non é solo propria del mostro, ma è anche la mia.

La storia di come il romanzo venne alla luce è abbastanza nota: in un piovoso pomeriggio d’estate Mary e Percy Shelley, ospiti di Byron, insieme agli altri ospiti decisero di inventare delle storie di fantasmi per passare il tempo, ed ecco come la sua mente partorì il suo mostro:

Io mi dedicai a pensare una storia – una storia in grado di rivaleggiare con quelle che ci avevano spinti a questa impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure del nostro animo e che risvegliasse dei brividi di orrore – che rendesse il lettore timoroso di guardare dietro di sé, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del cuore. Se non avessi ottenuto tutto questo, la mia storia di fantasmi sarebbe stata indegna del suo nome.

Al di là delle chiare fonti cui la Shelley si ispirò (Prometeo e Faust), quello che più mi ha colpito è come il suo mostro non fosse frutto di miti passati, quanto una evidente metafora contemporanea. Perché come si legge nell’introduzione dell’edizione Newton Compton (Minimammut) curata da Riccardo Reim, il problema della tracotanza di Frankenstein nel voler fregare la morte è superata da un altro peccato: i sentimenti generati dall’orrendo figlio nei confronti del suo creatore sono dettati semplicemente dal suo aspetto  poco piacevole. Il rifiuto di Frankenstein nei confronti del ‘figlio’ è più estetico che comportamentale: lo scansa perché brutto a vedersi, passano in secondo piano i suoi atti violenti dettati da un dolore tutto umano più che soprannaturale. Il mostro sceglie di imparare ad amare, ma vedendosi rinnegato a causa del suo aspetto, montano in lui i sentimenti dell’odio e della vendetta nei confronti di chi lo rigetta come essere umano. Sono commoventi le parole che gli escono dalla bocca quando incontra il suo creatore la prima volta; Frankenstein è quasi commosso dal dolore causato da quella lunga solitudine, ed acconsente alla sua richiesta di costruirgli una compagnia con le sue stesse fattezze. Perché essere esiliati in due è meglio che essere esiliati da soli. E perché nessun essere umano vuole affrontare il mondo da solo. IMG-20160805-00677E le sue sono le stesse sensazioni e paure che prova Eric, l’altro famoso mostro della letteratura, ossia il fantasma che abita gli scantinati del teatro dell’Opera di Parigi nel romanzo di Leroux. Una vita miserabile, definita dalla malformazione e dalla solitudine per entrambi, costretti a nascondersi dal mondo ma che bramano una sola compagnia, quella femminile. Destini differenti, i loro, ma accomunati dalla stessa condizione di emarginazione in quanto diversi – un tema non semplicemente narrativo ma politicamente attuale. Credo che il romanzo della Shelley, letto oggi, al di là delle paure orrorifiche cui il genere ‘costringeva’ i lettori, ci mostri come il vero mostro sia Frankenstein stesso: eccitato dalla prospettiva di riuscire, per primo, oltre le leggi della scienza, della natura e del pensiero, a sconfiggere la morte, rifiuta di essere un padre per quel figlio poco incline ai suoi canoni di riuscita, divenendo colpevole egli stesso per i suoi atti, in quanto causati da questa sua imperdonabile mancanza. Alla fine, tutta la storia si riconduce all’ancestrale e primitivo (nel senso di primordiale) rapporto famigliare, quello tra padre e figlio, che in questo caso ha mancato di imprinting e chiaramente di sentimenti.

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Vera

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