Quanto le scelte che facciamo ogni giorno e che potremmo ipotizzare banali influenzano il nostro immediato presente?

Forse questo è il principale, e di certo non unico, interrogativo a cui tenta di rispondere il fulminante romanzo Sabato di  Ian McEwan.

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Lo scrittore inglese, non da meno rispetto ad altri suoi illustri predecessori come Virginia Woolf e James Joyce, decide di circoscrivere il tempo e l’azione narrativa a un unico giorno – il sabato appunto – della vita del protagonista, il neurochirurgo  Henry Perowne.

Anche se il lettore acquisisce sin dalle prime pagine il punto di vista del personaggio principale, scrutandone pensieri ed emozioni dall’interno, non aspettatevi un flusso di coscienza o un groviglio di pensieri poco lineare. Henry è un londinese contemporaneo e la sua giornata di riposo dal lavoro – questo sabato 15 febbraio 2003 – è un’alternanza di eventi e pensieri che ha una lucidità e un ritmo cinematografici. Ogni scena è perfettamente legata alla precedente e i pochi flashback si inseriscono in maniera omogenea in questo intreccio, reso perfetto dalla prosa sapiente di McEwan.

Tutto inizia con il risveglio improvviso di Henry durante la notte: viene attirato quasi magneticamente alla finestra della sua camera da letto da una strana euforia. Non sa spiegarsi cosa lo abbia spinto ad alzarsi così presto, forse il piacere di avere davanti a sé un’intera giornata da dedicare ai suoi cari e alle attività che ama? Lo aspettano la partita di squash con il collega e amico Jay, la visita a sua madre, le prove del figlio musicista, Theo, l’arrivo dell’adorata figlia Daisy dalla Francia e infine la cena di famiglia con l’illustre e burbero suocero, che tratta con riguardo per amore di sua moglie Rosalind.     

Questo è quanto Henry ha pianificato … e la vita non è fatta solo di appuntamenti scritti sull’agenda. Seguirlo nella sua giornata diventa perfino un modo per capire noi stessi. Penso che McEwan abbia volutamente giocato con un personaggio che – per professione – deve salvare e curare l’organo che garantisce la coscienza e la personalità dei propri pazienti: il cervello, sede di tutte le funzioni cognitive.

Un uomo che cerchi di alleviare la sofferenza di menti difettose riparando cervelli è condannato a portare rispetto al mondo della materia, ai suoi limiti, e a ciò che in grado di alimentare – nientemeno che la coscienza. Per lui non si tratta di un articolo di fede, ma di qualcosa che constata, giorno dopo giorno: la mente è ciò che il cervello, mera materia, può eseguire. Se da un lato questo fatto incute timore, dall’altro merita anche curiosità; la sfida dovrebbe riguardare il reale, non il magico.  

Le riflessioni di Henry sono molteplici, drammaticamente attuali, spesso condivisibili e spaziano sui più vari argomenti: dal terrorismo post 11 settembre alle malattie neurodegenerative, dal piacere derivante dalla musica e dalla letteratura alla forza dell’amore per chi ci accompagna nella nostra vita, dalla paura per la propria serenità fino alla rabbia e alla pietà per chi cerca di comprometterla in qualsiasi modo.

Gwen

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