Devo a Gwen la scoperta e l’amore per questo scrittore: prima che lei mi prestasse Chiedi alla polvere non era proprio nei miei pensieri conoscere John Fante – né tantomeno lo conoscevo! Ed invece mi ha conquistata immediatamente, tanto da farmi accaparrare tutte le cose da lui scritte per centellinarle pian piano, e durante questo agosto ho deciso di leggere Dago Red, edito da Einaudi: si tratta non di un romanzo ma di una raccolta di racconti (13) che pubblicò nel 1940, appena dopo Chiedi alla polvere.

Dago red

Domenico Starnone, che ha curato la prefazione, evidenzia come queste due opere rappresentino l’apice della carriera dello scrittore italoamericano – una carriera iniziata nel 1932 proprio con uno dei racconti presenti in Dago Red, intitolato Chierichetto.

Se dovessi riassumervi lo stile di Fante in poche parole vi direi che è totalmente vivido, vero, quotidiano; usa un linguaggio assolutamente reale, non intellettuale – se fosse romano direi che è quasi uno scrittore di borgata, che definisce la sua scrittura attraverso le sue povere origini da emigrato (italiano). E non è un affare da poco, questo. L’italianità della sua famiglia è uno degli assi portanti dei suoi scritti: la ritroviamo sempre e comunque, nei ricordi della sua infanzia (molto povera) così come nelle bellissime definizioni narrative dei suoi personaggi famigliari. Molta attenzione è stata data al padre di Fante, protagonista tra l’altro del suo ultimo capolavoro, La confraternita dell’uva; anche in questa raccolta ritroviamo, sin dal titolo, la forte presenza di quell’abitudine del bere di cui era protagonista suo padre – Dago red è il nome del vino rosso fatto dai ‘dago’, gli italiani d’America -, accanito amante di vino e donne. Ma non è sulla figura paterna che voglio soffermarmi, in quanto quasi onnipresente nelle analisi di Fante e perché, di fatto, a colpirmi maggiormente in questo libro è stato il primo racconto, dedicato alla madre. Non quella donna annientata dal marito che vediamo in Una moglie per Dino Rossi ma quella bella da mozzare il fiato al figlio, quando vede una suo foto da giovane in Rapimento in famiglia. Questo è un racconto sullo stupore e l’ammirazione di un figlio verso la propria mamma, abituato a vederla precocemente invecchiata per via degli affanni e del lavoro, e che vede invece per la prima volta nella sua vera e reale luce, quella della sua gioventù. Il bambino rimane irradiato da quella fotografia, non si capacita di essersi perso tutta quella luce:

Perchè mai dovevo essere così giovane quando sono nato? Non potevo nascere all’età di quattordici anni? Niente, non mi ricordavo niente. Quand’é che mia madre era cambiata? E perché? Come mai era invecchiata? Decisi che se avessi mai visto mia madre bella com’era in quella foto, le avrei chiesto immediatamente di sposarmi. 

Ma l’incantesimo si spezza non appena il padre sfiora appena quell’immagine, appena la invade con la sua indifferenza, tanto da non farla più sembrare al figlio così bella. E’ un racconto che dimostra, per l’ennesima volta, come il padre riesca a distruggere ogni cosa che tocchi, esseri umani in primis, ma anche come gli occhi di un bambino possano sempre stupirsi dinanzi a qualcosa di nuovo, nonostante non si possa evitare quel tono malinconico della durezza della vita che colpisce troppo spesso le persone e che purtroppo riesce ad invadere anche la più bella tra queste, la mamma.

Vera

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