Inauguriamo con molto, molto piacere questa rubrica, che abbiamo deciso di chiamare Memento perché si tratta di un approfondimento da ricordare, un post-it informativo (e perché no, celebrativo) su uno scrittore o una scrittrice che abbiamo letto esaurientemente e per cui reputiamo valga davvero la pena fare una summa narrativa – e se ve lo state chiedendo, sì, il riferimento è chiaramente cinematografico ed è in onore del grande film di Christopher Nolan.

Iniziamo questo nostro ‘racconto’ partendo dal nostro incontro con Donna Tartt. Perché l’abbiamo effettivamente incrociata per pochi minuti lo scorso ottobre, in occasione dell’incontro pubblico che fece insieme a Wes Anderson durante la Festa del Cinema di Roma. Un attimo prima che salisse sul palco, l’abbiamo aspettata all’uscita dell’ascensore: magrissima, minuta, con indosso un completo scuro (forse un gessato? Non ricordo proprio perfettamente) ed io non è che abbia ragionato granché; mi è uscito un sorrisone in volto, le sono andata incontro e l’ho baciata prima di farle firmare la mia copia di Dio di illusioni. Lei carinissima, dolcissima, sorridentissima – poi non ricordo quasi più niente, a parte che forse discutevamo dopo con Olga, la traduttrice, dei suoi libri, ma potrei essermi tranquillamente immaginata tutto 🙂 

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(N.B. Vera si ricorda quello che effettivamente è accaduto. Lo testimonio anch’io – Gwen – e, cosa più importante, c’è il ricordo tangibile del suo autografo sulla mia copia de Il piccolo amico. Questo ovviamente non significa che fossimo tranquille: il cuore ci batteva a mille, avevamo timore di disturbarla – Donna non sembra un’amante dei bagni di folla – o di fare la figura delle “fans” sfegatate. Eppure questa donna minuta dalla penna straordinaria sembra aver percepito che la nostra breve interferenza era solo un ennesimo attestato di stima e ammirazione da parte di chi legge e ama i suoi libri).

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Dicevamo di Dio di illusioni, giusto? – titolo originale The Secret History, prima edizione BUR 1995. Non so se mi ha colpito più perché assomiglia tanto a L’attimo fuggente (Dead Poets Society, 1989, Peter Weir), il film studentesco per eccellenza, con uno dei miei attori preferiti di sempre, Robin Williams, o più per l’età che aveva la Tartt quando lo ha scritto, ovvero 28 anni (28! È incredibile…), cosa che forse l’ha aiutata perché aveva i ricordi del college ancora freschi e ben definiti nella sua testa.

La storia sembra quasi intraprendere un sentiero horror (e non è detto che qualche lettore non possa considerarlo tale): un gruppo di studenti di un college sperduto nel Vermont viene ‘scelto’ dallo strano ed un po’ eccentrico prof. di greco antico e si ritrovano quindi ad instaurare un legame così profondo da andare oltre le affinità didattiche, sancito purtroppo dalle conseguenze di tragici atti di cui Julian, il favoloso mentore, è ideatore ed ispiratore.

Spesso ci lagniamo fortemente sull’inappropriatezza delle traduzioni di libri e film dall’inglese all’italiano (ed a ben donde, direi), in questo caso, però, mi trovo più propensa verso la scelta italiana, perché nel titolo riesce a riassumere in pieno il personaggio di Julian, per il quale l’autrice non è stata affatto risparmiata da critiche morali e moralistiche, rea di non averlo pienamente condannato nel romanzo. Perché questo affascinante insegnante è capace di ammaliare tutti i suoi accoliti con le sue parole, di ingabbiarli con le sue agognanti idee di libertà assoluta, ma al tempo stesso è distaccatamente freddo nel suo proclamarsi ispiratore ma non leader effettivo. E questo suo freddo lato comportamentale viene in qualche modo compreso dalla Tartt: la morte di esseri umani provocata da altri esseri umani è di certo un fatto agghiacciante, e sicuramente è l’adulto che in un caso del genere dovrebbe ritenersi il primo responsabile. Ma tra il dire ed il fare, obiettivamente credo che Julian sia responsabile del dire, mentre io stessa, da lettrice, faccio fatica a crocifiggerlo per delle azioni compiute da altri. Ha provocato i suoi allievi, li ha indotti, stregati, indottrinati ed infine spinti, se vogliamo, ma forse senza credere che potessero davvero andare fino in fondo. Ed il primo omicidio si rivela, per loro, un evento assolutamente degenerante, ma forse più di tutto (e soprattutto) eccitante: avrebbero potuto decidere di fermarsi, di frenarsi, ma hanno scelto di non farlo e di seguire l’onda delle consequenziali emozioni.

Penso che la Tartt, con questa storia, abbia voluto mostrare quanto possano essere suscettibili i ventenni (di ogni epoca storica, nessuna esclusa), anche se borghesi e sufficientemente istruiti, se portati, con la suggestione di una sconvolgente escalation emozionale da parte di una figura che nell’immaginario può risultare paterna ma che in realtà non lo è affatto, alla distruzione dei limiti sociali ed umani.

Di questo libro colpisce, infine, anche la prosa elegante, quasi dal tocco “impressionista” nel descrivere la vita del college e la cerchia ristretta dei giovani protagonisti, tutti dotati di identità distinte e tratti psicologici peculiari. La voce narrante è quella di Richard Papen che ci racconta, attraverso un lungo flashback,  questa “storia segreta” che ha avuto e avrà sempre influenza sulla propria vita.

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Il secondo romanzo di Donna Tartt, Il piccolo amico (The Little Friend, 2002) viene pubblicato a ben dieci anni di distanza dalla sua opera prima. Ci troviamo sicuramente di fronte a un’autrice meticolosa, che riscrive e lima i suoi romanzi fino alle perfezione prima di concederli ai lettori.

La narrazione in questo caso non adotta più un focus interno, infatti non viene affidata a uno dei personaggi, ma quello che succede alla dodicenne Harriet ci viene descritto in terza persona: la ragazzina, durante l’estate, si improvvisa “detective” nel tentativo di risolvere l’omicidio del suo fratellino Robin, avvenuto quando lei aveva solo pochi mesi.

Nonostante l’età della protagonista, questo di certo non è un libro per giovani lettori. Ancora una volta l’autrice affronta temi universali, come la vendetta, l’elaborazione del lutto e le dinamiche familiari prima e dopo un evento traumatico. Di sicuro non è solo una storia di formazione ambientata in una piccola cittadina del Mississippi, Alexandria, negli anni Settanta. Costituisce anche un’occasione per descrivere il microcosmo disfunzionale della piccola criminalità, il divario sociale tra ricchi e poveri, ma anche tra bianchi e neri, che rappresenta purtroppo una costante per il sud degli Stati Uniti in quel periodo.

Se decidete di immergervi in queste pagine aspettateti anche voi, come Harriet, la presenza costante e invisibile di Robin, la cui prematura scomparsa è un dolore di cui percepiamo i contorni e la profondità. Per un ulteriore approfondimento vi segnalo la recensione fatta da Bianca Pitzorno che potete leggere qui (e perfino il mio commento dello scorso anno a fine lettura).

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Per quanto riguarda Il cardellino (The Goldfinch, 2013), terzo romanzo di Donna Tartt che le ha permesso di vincere nel 2014 il Premio Pulitzer per la narrativa – ho finito in sei giorni le 892 pagine, non riuscivo proprio a staccarmene -, edito in Italia nel 2014 sempre da Rizzoli, vorrei unirmi alle ammirevoli parole riservategli da Stephen King.

Protagonista è Theo Decker, con il suo viaggio dall’adolescenza all’età adulta, passando per gli eventi tragici costretto a vivere, legati tra loro dal filo conduttore rappresentato da questo quadro di Carel Fabritius, poeta olandese del Seicento, allievo di Rembrandt, il quale morì giovane per l’esplosione di un magazzino di polvere da sparo che distrusse anche l’intero quartiere a Deft – ed anche Theo, all’inizio del libro rimane coinvolto in un’esplosione insieme a sua madre. Il cardellino è un quadro del 1654, uno dei pochissimi (12) che si salvarono da quell’esplosione.

«Ad ogni modo» proseguì mia madre, «secondo me questo è il dipinto più straordinario della mostra. Fabritius ci rivela qualcosa che lui per primo ha scoperto, qualcosa che nessun altro pittore al mondo aveva ancora saputo cogliere… neppure Rembrandt».

A voce tanto bassa che a stento riuscii a udirla, la ragazzina domandò: «Ed è rimasto legato così per tutta la vita?».

Mi stavo appunto chiedendo la stessa cosa, la zampina imprigionata e quell’insopportabile catenella, quando il signore anziano mormorò una risposta. Mia madre (che sembrava non averli notati) fece un passo indietro e continuò: «Un’immagine semplice e misteriosa. Tenera… ti viene voglia di andargli vicino, vero? Tutti quei fagiani morti di prima, e adesso questa creaturina tanto piena di vita».

[…] «La gente muore, questo è un dato di fatto», diceva la mamma. «Ma il modo in cui perdiamo le cose è insensato e terribile. Per incuria. Incendi, guerre. Il Partenone utilizzato come un magazzino per le munizioni, ma ci pensi? Tutto ciò che sopravvive alla Storia dovrebbe essere considerato un miracolo».

In queste righe iniziali è racchiuso tutto, e dico tutto, il senso del romanzo. In molti hanno scritto in lungo ed in largo di come queste centinaia e centinaia di pagine rappresentino in tutto e per tutto una favola dickensiana: Theo, solo e sperduto, che incontra in tenera età la sua Estella (Pippa, il cui nome è la versione femminile di Pip), è un groviglio contemporaneo di David Copperfield, Huckleberry Finn, Pip ed Oliver Twist. Con una connotazione in più, quella forse più devastante, di non riuscivo a capacitarmi – e di cui tuttora non mi capacito, ad essere sincera – man mano che andavo avanti con il racconto della sua vita: non perdeva mai la speranza, la voglia di andare avanti. Non ha mai ceduto alle affascinanti lusinghe del suicidio, dopo tutto quello che si trovava a dover passare. Alla fine dei conti, rimaneva ottimista nei confronti della vita, decidendo in qualche modo di sopravviverle. Ovviamente, come sottolinea King, sul suo cammino incontra un Fagin (suo padre, un alcolizzato e compulsivo giocatore d’azzardo), un Dodger (Boris, forse il personaggio più brillante del racconto), l’antiquario della famosa bottega dickensiana (Hobe, che raffigura il nonno di Neil nell’Old Curiosity Shop londinese, ma che lascia l’alcolismo ed il gioco d’azzardo al padre di Theo, mentre la sua bottega ricorda un po’ il quartier generale dell’Ordine della Fenice potteriano:

Non c’era alcun campanello; l’ingresso era protetto da un cancello di ferro. Raggiunsi il portone successivo – il numero 12, un palazzo modesto -, e poi tornai indietro all’8, un fabbricato di arenaria rossa. C’era una scala che saliva al primo piano, ma stavolta vidi qualcosa che prima non avevo notato: una minuscola porta stretta tra il civico 8 e il 10, mezza nascosta da una fila di vecchi cassonetti della spazzatura. Quattro o cinque gradini conducevano a un uscio anonimo, più o meno un metro sotto il livello della strada. Non c’erano targhette col nome; a catturare il mio sguardo fu un lampo verde prato, un pezzo di nastro isolante verde appiccicato al muro, e sotto un pulsante.

L’amicizia tra Theo e Boris, ‘due adolescenti alla deriva’, come sottolinea King, ha in sé una chiarezza d’osservazione che potrebbe essere impensabile per uno scrittore che non ha mai fatto parte di quel cerchio ristretto che è il mondo maschile (guardare la tv perennemente accesa mentre, stravaccati sul divano, si mangia la pizza, si fuma e si contempla il bottino dei piccoli furti commessi). Ecco, è per le descrizioni dei rapporti interpersonali e delle figure che li attraversano (così dannatamente reali, come se li stessimo effettivamente guardando coi nostri occhi, perché quel sopracciglio è davvero alzato, perché di prima mattina le tavole calde sono davvero semivuote, con i camerieri che spacchettano scatole di muffins e ciambelle) che questo romanzo è un capolavoro, ‘una rarità che capita pochissime volte per decennio, un romanzo letterario elegantemente scritto che si collega con il cuore e con la mente’, lasciando i lettori a bocca aperta per il modo in cui l’autrice riesce a descrivere così bene il dolore, con un linguaggio denso, vivido e potentemente allusivo. Il suo tema portante, e lo si capisce veramente solo alla fine, non è semplicemente quel particolare quadro (che per Theo rappresenta un premio, ma gli ricorda costantemente il senso di colpa, divenendo, seppur così piccolo nelle dimensioni, il suo pesante fardello), ma la tristezza che si porta dietro, quella sgraziata delle creature – al contrario della grazia che il dipinto emana – che fanno a pugni e a gomitate nella vita e che possono divenire tossicodipendenti a causa dell’arte, ma che possono essere salvate sempre e solo da quest’ultima.

Gwen e Vera

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