Non ricordo bene quando ho effettivamente comprato Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain in edizione BUR – sicuro che lo avevo in attesa da almeno due anni, credo anche 3 o 4 🙂 E perciò ho convenuto fosse ora di iniziare a “smaltire” i libri in ordine cronologico, dai più anzianotti in attesa, chiaramente.

Dopo un giorno che l’ho iniziato avviso Gwen e scopro un’amara verità: sarebbe stato meglio leggere Huck dopo Tom Sawyer, visto che ne é il seguito ideale… Ed io, come potete immaginare, Sawyer ancora non l’ho letto (e nemmeno comprato, udite udite!). Ma lo avevo iniziato, e perciò ho deciso di continuare a leggerlo lo stesso. La trama é abbastanza nota: Huck, orfano di madre, decide di fuggire dal mondo civilizzato insieme ad uno schiavo di colore, attraversando il Mississipi su di una zattera e percorrendo così qualcosa come 1.800 km. 

finn Secondo Hemingway, “tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn“, per via della sua struttura ‘on the road’ e per l’uso, da parte dell’autore, della lingua dialettale. Leggiucchiando online, però, ho scoperto che dopo un anno che fu pubblicato (1884), il libro venne addirittura radiato dalla Biblioteca Pubblica di Concord proprio a causa del linguaggio (non adatto ai ragazzi) e per via della sua rudezza. Ora, se avessi dovuto trovare un motivo per radiare l’opera, non credo avrei pensato in prima battuta al linguaggio, quanto piuttosto al modo ironico in cui Twain riesce a trattare il pregiudizio razziale: sono rimasta favorevolmente colpita ed impressionata dal modo in cui Huck riesce ad evolvere il suo principale giudizio razzista (in piena aderenza coi principi morali della società in cui vive), e cedo che Twain abbia volutamente portato a mutare questo giudizio del suo protagonista man mano che i due si allontanavano dalla società riscoprendo i principi naturali ed ancestrali dell’uomo, legati principalmente alla natura ed alla sopravvivenza. La civilizzazione sociale ha portato gli esseri umani a seguire dettami comuni, ma non per questo giusti; Huck ha visto il suo grande amico Sawyer disubbidire perennemente agli adulti, riuscendo ad architettare avventure degne di quelle dei libri da lui tanto amati e venerati (Don Chisciotte, Le Mille e una notte, i bucanieri), ma lui è esattamente l’opposto di Tom. Non é un sognatore come l’amico, per Huck esiste solo quello che può vedere e toccare con i suoi occhi, il suo sguardo paradossalmente é quello cinico e realista degli adulti e non quello di un bambino, anche se poi l’influenza di Tom si fa sentire quando decide di far uso di espedienti puramente letterari per cercare di tirarsi fuori dalle brutte situazioni. Riesce quindi ad essere un miscuglio perfetto di ingenuità e maturità, cosa che gli rende possibile convincere sempre gli adulti con delle scuse che sembrano uscite dalla loro mente e non da quella del ragazzo. 

Per un momento l’avventura di Huck e di Jim sulle acque del fiume mi ha riportato alla mente quella narrata da Conrad in Cuore di tenebra, ma al tempo stesso mi ha fatto sorridere l’amicizia nata tra un ragazzo bianco ed uno di colore, complici di un’esperienza che li porta a scoprire cosa significa davvero essere amici, al di là delle convenzioni sociali e del colore della pelle, un po’ come Venerdì e Crusoe, anche se prima o poi il fiume finisce e bisogna forzatamente tornare sulla terra ferma, piegandosi di nuovo a quella società che torna a bussare alla sua porta di bambino.

Vera

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