Oggi tocca ad un romanzo breve, anzi, brevissimo per i miei standard: Una scrittura femminile azzurro pallido di Franz Werfel, edito da Adelphi. E’ sempre uno dei libri che erano in attesa di lettura da tempo immemore, nascosto tra le pile, ma comunque uno di quelli che sono spesso nelle wishlist di vari lettori, e quindi ho deciso di prenderlo in mano. Ed una volta iniziato, l’ho anche finito il giorno stesso, date le 131 pagine 🙂

Personalmente non avevo mai letto nulla di Werfel, uno scrittore nato a Praga nel 1890, che da giovane conobbe anche Kafka e che fu costretto a ripiegare negli Stati Uniti nel 1940, dove rimase fino alla morte. Il protagonista Ă© Leon, un alto funzionario del ministero dell’istruzione viennese (siamo nel 1936); figlio di un professore del ginnasio, Leon Ă© povero e squattrinato, finchĂ© un tragico evento cambia letteralmente la sua vita. Un suo vicino si suicida e gli lascia in ereditĂ  un frac, con il quale Leon riesce a farsi strada nell’alta societĂ  di Vienna come ottimo ballerino di valzer, fino a conquistarne la ragazza piĂą in vista e piĂą altolocata, Amelie. 

azzurro-pallido

Il romanzo inizia però con un Leon cinquantenne, che in una ordinaria mattina spulcia tra la posta e trova tra la corrispondenza una lettera diversa dalle altre:

Erano undici lettere, di cui dieci scritte a macchina. Tanto piĂą eloquentemente spiccava in quella serie amorfa l’undicesima lettera scritta a mano con inchiostro azzurro pallido. Una scrittura femminile, i caratteri grandi, un poco ripidi e severi.

La lettera Ă© di Vera, una donna con cui Leon ebbe una relazione molti anni prima – probabilmente la donna della sua vita – e che lui abbandonò vigliaccamente, nascondendole anche il suo matrimonio con Amelie. Questo ritorno dell’ex amante nella sua vita sconvolge profondamente Leon: la sua vita è stata costruita e mantenuta perfettamente con ritmi sociali e lavorativi che ora sembrano sul punto di crollare. PerchĂ© nella lettera Vera fa riferimento ad un ragazzo che Leon dovrebbe aiutare, un ragazzo che potrebbe essere suo figlio e per il quale bisognerebbe portare a galla tutta la veritĂ  che il funzionario ha sapientemente nascosto ad entrambe le donne.

Se qualcuno va a spulciare il voto che ho dato al romanzo su anobii, vedrĂ  che sono tra quelle persone che si trovano un po’ sul limbo. PerchĂ© dall’inizio alla fine ho avuto una profonda avversione per Leon, per il suo maschilismo, la vigliaccheria, la debolezza, l’arrivismo, la slealtĂ  ed il maschilismo. E perchĂ© alla fine l’ho proprio sentito nelle orecchie il suo sospiro di sollievo. Alla fine tutto quello che ha conquistato non Ă© dovuto alla bravura – forse solo Amelie, conquistata perchè sapeva ballare il valzer, ma nulla piĂą. La sua carriera lavorativa Ă© legata alla famiglia della moglie, così come qualsiasi suo atto o movimento. Non c’Ă© nulla che lo contraddistingue come singola persona, tutto quello che fa Ă© connesso alla sua nuova appartenenza sociale. E Vera, che appartiene alla sua vita pre-aristocratica, deve essere lasciata indietro (anche perchĂ© ebrea, visti i fatti storici del tempo) nonostante sia l’amore della sua vita. Ecco, la veritĂ  è che ho avuto una sensazione di respingimento verso di lui fin dalle prime due pagine, confermata poi dal colpo di scena finale. Ma d’altra parte ho apprezzato al tempo stesso questo sconfinato senso di decadenza presente nel romanzo: la decadenza di quella rigiditĂ  sociale e di quel tipo di essere umano, così come di un’intero mondo in-civile che l’autore ha vissuto ed da cui è dovuto scappare, a causa del quale si è dovuto rifugiare, un po’ come ha dovuto fare Leon: scappare dalla vita vera, rappresentata da Vera, per rifugiarsi nel porto sicuro dei Paradini.

Vera.

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