Come vi avevamo promesso, in occasione dei festeggiamenti per il centenario della nascita dell’amatissimo Roald Dahl, abbiamo pensato di scrivere un approfondimento su uno dei più grandi scrittori per bambini, che ha letteralmente accompagnato tutta la nostra infanzia e adolescenza – e anche buona parte della nostra vita adulta!

Da dove partiamo? Forse proprio dalla sua vita: Roald Dahl (1916-1990) visse durante la sua vita esperienze e fatti del tutto eccezionali (e non poteva essere altrimenti, visto quello che è riuscito ad immaginare e a scrivere). Fu un aviatore – come Antoine de Saint-Exupéry – durante la guerra, rimase vittima di un terrificante atterraggio nel deserto, divenne una spia per i servizi segreti inglesi (e forse proprio per questo ha curato la sceneggiatura di Agente 007 – Si vive solo due volte), dovette assistere ad innumerevoli lutti famigliari. Insomma, si tratta di un uomo che ha vissuto il dolore sulla propria pelle ed ha visto di quanta violenza può rendersi capace l’essere umano e che però non ha mai, mai abbandonato il suo sguardo di bambino, ironico e sognante.

Dahl stesso ha affermato che amava spaventare i bambini e che i bambini amavano essere spaventati da lui, ma non crediamo che questa sua frase vada presa esattamente alla lettera. Forse il suo intento era più quello di cercare di far traballare un pochino la loro immaginazione, resa magari troppo ferma e statica dalla tv, per renderli più liberi di fantasticare e fare in modo che quei futuri uomini non scelgano, ad un certo punto della loro vita, di arrendersi. Un po’ come ha fatto lui.

Io e Gwen, per l’occasione, abbiamo deciso di ‘scegliere’ dei suoi libri che abbiamo stra-letto e stra-amato e cercare di approfondirli con i nostri ricordi ed impressioni – tranquilli, ognuna titoli diversi, per non essere troppo pesanti!

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Io (Vera) parto da La fabbrica di cioccolato, prima con qualche notizia – di colore e non. Dunque, il romanzo, dedicato al figlio Theo (scomparso prematuramente) venne pubblicato nel 1964, e pare che per la trama Dahl si sia ispirato alla sua stessa giovinezza: quando frequentava la Repton School, la Cadbury (famosa ditta produttrice di cioccolato) usava mandare agli studenti scatole piene zeppe dei nuovi dolci, con all’interno delle schede di valutazione, cosicché i dolci più votati finissero poi sul commercio. E, come la Cadbury, anche le tavolette di cioccolato Wonka esistono davvero: sono state create dopo l’uscita del film del 1971 (diretto da Mel Stuart con Gene Wilder, da poco scomparso, mentre il secondo adattamento cinematografico è quello del 2005 di Tim Burton, con Johnny Depp) dalla compagnia The Willy Wonka Candy Company (di cui è proprietaria la Nestlè). Dahl ha anche cambiato il numero di bambini vincitori del biglietto d’oro: sembra che alle origini dovessero essere 7 e non 5. Ma lo scrittore eliminò Marvin Prugna (troppo vanitoso) e Miranda Mary Spinosa (faceva sempre e solo i suoi comodi), e cambiò pure il finale, che doveva vedere Charlie divenire proprietario di un enorme negozio di cioccolato.

Io non ricordo bene a che età lo lessi per la primissima volta – forse ero sugli 11, 12 anni, un po’ più in là dell’età media dei bambini/lettori -, ma ricordo benissimo che impazzii immediatamente. Per Charlie e la sua storia (non voglio fare un’analisi sociale, ma chi non è stato un bambino molto viziato o con eccessiva disponibilità economica sa qual è la sensazione che si prova a desiderare tanto una cosa e a non poterla possedere seduta stante), perché non potei fare a meno di essere io stessa eccitata mentre Charlie scartava la seconda tavoletta di Cioccocremolato Delizia Wonka al Triplosupergusto e di sentire il sapore mentre sgranocchiava la prima… L’idea che lui potesse riuscire a visitare quella fantastica fabbrica (e, con lui, anche io) era stupefacente oltre ogni dire, tanto quanto l’idea di poter avere abbondanti scorte di cioccolato per tutto il resto della vita – che per un bambino è lunghissima -, ancor di più per una che, come me, è golosa di cioccolata calda!

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Man mano che la visita alla fabbrica andava avanti, tra Umpa-Lumpa e barche che solcavano onde e cascate di cremoso cioccolato, non potevo non esultare per Charlie ed il nonno, che rimanevano ‘in gara’ per il premio finale promesso dal magico Willy Wonka, mentre tutti i suoi viziatissimi compagni di viaggio venivano risucchiati dalla loro arroganza; ecco, ogni volta che qualcuno di loro incappava in una poco ortodossa eliminazione, si faceva strada in me la consapevolezza che che almeno lì, nero su bianco, un bambino così povero ma nonostante questo così buono potesse, per una volta, una soltanto, avere la meglio su tutti gli altri, troppo grassi, vanitosi o isterici per meritarsi anche solo metà di quello che meritava Charlie. Insomma, per me la Fabbrica è una dolcissima storia di riscatto, che continua con Il grande ascensore di cristallo (1972).

Qui, addirittura, l’avventura si fa fantascientifica, perché Wonka, insieme a Charlie ed alla sua famiglia, in viaggio sull’ascensore, finiscono in orbita e vagano per lo spazio interstellare: si ritrovano in un hotel con alieni ed astronauti (in pratica, Dahl ha prefigurato il turismo spaziale…!), ed una volta tornati sulla Terra, lo scrittore decide di affrontare, attraverso i nonni di Charlie, un tema decisamente umano, ovvero la paura della vecchiaia. Wonka, infatti, inventa una sorta di pozione ringiovanente, la Wonkavite, che funziona però un po’ troppo su una delle nonne, facendola addirittura svanire (come poi avviene anche ne La magica medicina, se vi ricordate). Qui è difficile non cogliere l’ammonimento che l’autore sembra voler dare verso tutto ciò che va contronatura, come per l’appunto la pozione, mentre invece bisogna saper accettare l’avanzamento della propria età come un qualcosa di assolutamente naturale ed inevitabile.

Probabilmente ci sarebbe stato bene anche un terzo capitolo della storia, dopo la Fabbrica e l’Ascensore, visto che quest’ultimo termina con l’invito, per i protagonisti, di recarsi presso la Casa Bianca; pensate cosa poteva combinare Wonka con il Presidente degli Stati Uniti d’America – e pensate se il Presidente in questione fosse stato Trump!

E su Matilde cosa posso dirvi che non sappiate già… Una bambina che a tre anni aveva imparato a leggere da sola grazie ai giornali sparsi per casa, che a quattro leggeva come un treno e iniziava ad avere una fortissima voglia di leggere dei libri, perché a casa sua ce n’era solo uno ed era sulla cucina. Una bambina che chiede a suo padre di comprarle un libro e si sente rispondere di essere viziata, perché posseggono una stupenda televisione a 24 pollici e lei invece di stare tutto il giorno a guardarla osa chiedere un libro. Una che, nonostante questo rifiuto, decide di andarselo a prendere da sola il libro, camminando fino alla biblioteca, e così fece il giorno dopo, ed il giorno dopo ancora. Una alla quale era piaciuto tantissimo Il giardino segreto (idem!) perché era fitto di misteri: quello della stanza dietro la porta chiusa e del giardino dietro il muro. Una che dopo aver letto la Burnett aveva voglia di ‘libri da grande’, un classico insomma, e a cui la bibliotecaria decide di dare Grandi speranze.

“La bibliotecaria non riusciva a distogliere lo sguardo da quella bimbetta seduta per ore e ore nella grande poltrona, dall’altro lato della stanza, con il libro sulle ginocchia. Aveva dovuto appoggiarlo sulle ginocchia perché era troppo pesante da reggere, per lei, e per riuscire a leggerlo era costretta a piegarsi in avanti. Era davvero uno strano spettacolo guardare quella personcina seduta, i cui piedi non arrivavano a terra, completamente assorta nelle meravigliose avventure di Pip e della vecchia signorina Havisham con la sua casa piena di ragnatele, persa nell’incantesimo che Dickens, il grande inventore di storie, aveva saputo creare”.

Cosa posso dirvi in più io, che come lei, ho iniziato a leggere da sola, senza sapere come fare, a cinque anni, che mi sembrava di leggere un pezzettino di me mentre leggevo di lei che sprofondava con i libri in una poltrona? Come si spiega a qualcuno quanto ti piace fare quello invece che fare altro? 

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Io (Gwen) posso rispondere a Vera solo in questo modo: Matilde rappresenta il paradigma per tutti i lettori appassionati, perché racconta l’amore per i libri in maniera assoluta. La voglia di leggere la spinge infatti a combattere contro una famiglia d’origine gretta, meschina e sembra schiuderle mondi nuovi. In particolare la mente della piccola Matilde, nutrita dai classici, svilupperà inaspettate capacità. Questi “super poteri” serviranno a sconfiggere, in un ambiente scolastico terrificante, la temibile preside Spezzindue e ad aiutare la sua insegnante, la signorina Dolcemiele.

Matilde cominciò ad andare a scuola abbastanza tardi. La maggior parte dei bambini inglesi vanno alle elementari a cinque anni, o anche prima, ma i genitori di Matilde, per niente preoccupati della sua istruzione, si erano dimenticati di iscriverla in tempo. Quando andò a scuola per la prima volta aveva già cinque anni e mezzo.
La scuola elementare del paese era un tetro edificio di mattoni, chiamato Istituto “Aiuto!”. Gli alunni erano circa duecentocinquanta, tra i cinque e i dieci anni. La direttrice, il comandante in capo, il dittatore dell’istituto, era un donnone di mezza età, la signorina Spezzindue.

Come potete immaginare i nomi, in questo caso, non sono casuali. Dahl amava tantissimo giocare con il linguaggio e spesso i nomi dei suoi personaggi racchiudono già la loro caratteristica peculiare. E, come se non bastasse, le sue storie risultano connotate, oltre che da toni ironici e neologismi originali, anche dalle bellissime illustrazioni di Quentin Blake, che contribuiscono ad affascinare il lettore e a trascinarlo in un universo narrativo realistico e fantastico allo stesso tempo.

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Un’altra caratteristica comune ai romanzi per ragazzi di Dahl è la presenza di un giovane protagonista che sceglie sempre di comportarsi da eroe, contrastando i “cattivi” e schierandosi sempre dalla parte dei “buoni”. Matilde, Charlie, ma anche Sofia (la protagonista de Il GGG) e naturalmente il protagonista de Le streghe, di cui non scopriamo mai il nome e che ci racconta in prima persona le sue avventurose vicissitudini, sono tutti ragazzini intelligenti e in grado di capire la differenza tra giusto e sbagliato (a volte molto più degli adulti che li circondano).

La nonna era norvegese e i norvegesi sanno tutto sulle streghe. Infatti la Norvegia, con le sue cupe foreste e le montagne nevose, è il luogo d’origine delle prime streghe. I miei genitori erano anche loro norvegesi, ma papà lavorava in Inghilterra ed è là che sono nato ed ho cominciato ad andare a scuola. Due volte l’anno, a Natale e in estate, tornavamo in Norvegia per stare con la nonna, una vecchia signora che, per quanto ne so, era la nostra unica parente. Era la madre di mia madre, e io l’adoravo (devo confessare, anzi, che a volte mi sembrava di voler più bene a lei che alla mamma). Fra noi parlavamo sia in inglese che in norvegese; l’una o l’altra lingua era lo stesso, le conoscevamo entrambe a perfezione.
Avevo appena compiuto sette anni, quando i miei genitori mi portarono come al solito in Norvegia, per le vacanze di Natale.

Con Le streghe lo scrittore recupera una figura del folklore magico fin troppo utilizzata, quella della strega, e la fa combaciare con quella della donna arrogante e arrivista, che sotto le scarpe con i tacchi alti, i capelli impeccabili e le buone maniere false e ostentate nasconde – letteralmente – le sue magagne e la sua cattiveria. La trama, che si snoda tra Gran Bretagna e Norvegia, vede il giovane protagonista, che diventa improvvisamente orfano all’età di sette anni, contrastare le streghe insieme a un’atipica nonna norvegese, che fuma il sigaro, è priva di un pollice e sembra conoscere cose che il resto del mondo ignora.

Non vi svelo altro, vi invito solo a leggere questo libro se ancora non l’avete fatto. E magari non guarderete più alcune donne nello stesso modo.

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Infine voglio spendere qualche parola anche su Il GGG, di cui a breve dovrebbe uscire – anche nelle sale italiane – la recente versione cinematografica firmata da Steven Spielberg. In questo caso i personaggi principali sono due: Sofia, la bambina orfana che di notte si sveglia improvvisamente durante un’incursione dei giganti, e il GGG (acronimo che sta per il “Grande Gigante Gentile”) che la porta via con sé nella terra dei giganti.

Come fa intuire il suo nome, il GGG è un essere buono, che parla in maniera bizzarra e non condivide le pratiche carnivore degli altri giganti. Piuttosto che divorare gli umani, il GGG preferisce mangiare dei vegetali dal sapore dubbio – i cetrionzoli – e non sa come fare per fermare la carneficina indetta dai suoi simili. Lo aiuterà a escogitare un piano proprio Sofia e insieme finiranno per coinvolgere perfino la famiglia reale inglese.

Anche in questo caso le trovate di Dahl sono creative e mirabolanti, degne del genio narrativo che è stato. Il patrimonio che ci ha lasciato ha un valore che, siamo sicure, verrà compreso dalle future generazioni. Per noi, qui e ora, vale solo un imperativo: continuare a leggere la sua vasta produzione, che spazia dai libri per ragazzi ai romanzi per adulti, senza dimenticare i tanti racconti. Leggetelo e leggetevi, come lui ci insegna, per non dimenticare la parte di noi più spontanea e sognatrice.

Vera e Gwen

    

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