Sono un (bel) po’ emozionata nello scrivere le mie considerazioni su Born to run, l’autobiografia di Bruce Springsteen uscita in contemporanea mondiale il 27 settembre ed edita in Italia da Mondadori. E non posso non ammetterlo perché ero emozionata sin da quando uscì la notizia di questo libro, poco dopo il concerto di luglio al Circo Massimo, in quel di Roma e perchè, se per molti l’unico idolo vivente è Bob Dylan (neo premiato col Nobel per la letteratura ed idolo dello stesso Springsteen), per me lo é Bruce, innegabilmente.

born-to-run-libro   Le oltre 700 pagine, con tanto di inserti fotografici finali, raccontano dell’infanzia di Bruce, nel profondo New Jersey: un bambino americano con origini italiane da parte di madre (un ceppo indistruttibile, a detta dello stesso Boss, questo) ed irlandesi da parte di padre, unico figlio maschio, inquieto da bambino ma un po’ anche da adulto, che sin da piccolo si sentiva estraniato. Perché il vero rapporto materno lo ebbe con la nonna (e fu un colpo tremendo perderla, alle soglie dell’adolescenza): la madre – sulla scia di quella generazione di genitori di figli oggi ultrasessantenni – non aveva manifestazioni di affetto quanto piuttosto di una certa distanza, e per motivi economici e per motivi comportamentali fino ad allora in voga. Il discorso diventa poi più complicato se guardiamo al padre: operaio in fabbrica, Douglas aveva la conoscenza del mondo e della vita che hanno ed avevano tutte quelle persone abituate a fare materialmente qualcosa, con le mani e non troppo con la testa – e mentre ne leggevo, la mia mente pensava a quante cose in comune questo tipo di rapporto avesse con quello tra Fante ed il padre -, abituato ed obbligato a concepire l’esistenza secondo certi tipi di schemi, abitudinari, ordinari, ad una sola strada. Forse questo tipo di persone non può capire un tipo di attinenza artistica, un’altra strada, perchè per loro di strada ne esisteva una, senza percorsi secondari. I primi anni, insieme a questi rapporti famigliari, ci insisto perchè vuoi o non vuoi tutto torna sempre lì, anche se diventi la più grande rockstar del mondo, perchè alla fine in sella alla moto torni a perderti per chilometri e chilometri in quelle stesse strade che battevi incessantemente da bambino, dalla mattina fino a notte inoltrata. E quelle complicazioni rimangono, tanto che non ci vuole molto prima che Bruuuuuuuuuuuuce (come lo usava chiamare la nonna) capisca di  aver bisogno di aiuti psicologici professionali.

Forse qualcuno, leggendo il libro, ad un certo punto considera l’idea che Springsteen abbia fatto il musicista per essere costantemente in giro, così da non avere radici e responsabilità. Però no, non è così: aveva una paura fottuta quel ragazzo, paura di come poteva essere la vita e di cosa poteva succedergli, paura di non essere capace di stare con gli altri, ma aveva al tempo stesso un piacere per la musica che gli arrivava dalle vene fino al midollo. Certi suoni e certe parole riuscivano a scuoterlo come niente e nessuno poteva, tanto da farlo sudare, sudare, e sudare per imparare a suonare sufficientemente una chitarra e a sistemare la voce per fare delle esibizioni davanti alla gente – e sottolineo sudare perchè sapeva di non avere una schitarrata particolare o un certo talento vocale. Ma c’era una cosa che sapeva fare: inculcare quella sua estrema passione negli altri, sapeva muoversi sul palco e farti muovere, e sapeva scrivere quello che viveva e che vedeva. Eccome se sapeva farlo. 

Se c’è una cosa che mi fa paura di lui, è la sua estrema onestà. Nel dire quello che è stato, che ha provato, che ha pensato, ma anche quello che continua a pensare, perchè sudare per quattro ore sul palco, al suo livello, per lui è il minimo che possa fare, perché quello è un lavoro e pochi possono essere fortunati nel farlo, nel fare quello per vivere e non passare la vita entrando ed uscendo dagli stabilimenti, con le preoccupazioni di non arrivare a fine mese, di ammalarsi. Continua ad essere quel ragazzo di Freehold, a capire le persone e le loro difficoltà, a fregarsene dei soldi e a perdonare chi glieli ha fregati nel corso della sua carriera. Mi correggo: uno del genere, oggi come oggi, non mi fa paura ma stupore, uno splendido stupore.

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Vera.

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