Il mio momento-Halloween sembra destinato a durare molto più del previsto, ed infatti oggi vi scrivo di questo caposaldo della letteratura gotica, L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, edito da Adelphi ma anche conosciuto da noi come La casa degli invasati, pubblicato già da Mondadori (che ho letto solo ora, lo so!).

hill-house Vi voglio riportare esattamente il risvolto di Tommaso Pincio per Adelphi: «In questo autentico classico del genere gotico, Eleanor Vance, giovane e tormentata donna che non ricorda di essere mai stata felice in tutta la sua vita, viene assoldata dal sinistro professor Montague, aspirante cacciatore di fantasmi, per un soggiorno sperimentale a Hill House … Giunta a destinazione, Eleanor si trova davanti una casa “che sembrava aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori”; un edificio che “drizzava la testa imponente contro il cielo senza concessioni all’umanità”; una costruzione immune da ogni esorcismo: “un luogo non adatto agli uomini, né all’amore, né alla speranza”; una casa che si rifiuta di essere una dimora accogliente così come Eleanor vorrebbe sfuggire a un sistema di vita che le ha portato soltanto infelicità».  Mentre stavo leggendo le prime pagine, la storia mi sembrava già nota, tant’è che dico a Gwen se per caso ero pazza, perchè mi sembrava di aver visto un film simile vari anni fa. Ed infatti sì: si tratta di Haunting-Presenze di Jan de Bont del 1999, che poi è un remake del precedente The Haunting (1963) di Robert Wise – mi ricordavo proprio Catherine Zeta-Jones, anche se non in termini proprio positivi….

Ma torniamo al libro, che per fortuna è tutt’altra cosa rispetto al film: Stephen King, all’interno del suo saggio Danse macabre (che a tutt’oggi possiamo leggere in edizione Sperling & Kupfer), dove parla dei racconti che lo hanno ispirato ed influenzato, ci mette anche Shirley Jackson, affermando proprio che L’incubo di Hill House è stato una delle sue maggiori influenze letterarie – leggeremo anche questo saggio, prima o poi… è incredibile come un libro poi dia l’input per leggerne altri, che possono essere diversi ma comunque in qualche modo collegati e magari anche altrettanto belli, importanti ed attinenti. In pratica è sempre una corsa contro il tempo! Inoltre, sembra che nel 1980 il grande scrittore dedicò L’incendiaria proprio a lei, coniando questa definizione: «A Shirley Jackson, che non aveva bisogno di urlare».

 casa-invasatiPer quanto mi riguarda, posso dirvi – e credo che siano dello stesso avviso molti altri lettori – che la bellezza di questo romanzo sta nell’intraprendere il genere horror-paura-thriller non in modo sanguinolento ma facendo insinuare la paura per una via tutta mentale e psicologica. Non leggerete di aggressioni di fantasmi e/o mostri vendicativi che vogliono uccidere per la loro innata sete di sangue, non ci saranno tragedie improvvise o omicidi efferati; no, la Jackson ci fa entrare nelle fondamenta della grande casa 

che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

C’è qualcosa che non va proprio in Hill House, perché al di là di quelle porte che si chiudono da sole, l’architettura della casa é deformante, non dà punti di riferimento, spinge i suoi abitanti a perdersi, a non trovare vie d’uscita ed insinua in loro un crescente senso di precarietà, che in alcuni casi trova sfogo in scoppi di ironia in situazioni davvero poco comiche – come quando Luke, Eleanor, Theodora ed il prof. Montague si ritrovano chiusi tutti in una stanza per ‘affrontare’ la notte insieme, chi tenendosi alle redini del letto e chi sorreggendo la porta per mantenerla chiusa.  L’atmosfera della casa forse è destinata ad aver presa sulle persone più sensibili, su quelle menti ed anime più precarie ed infelici, ed è per questo che la prescelta, in tal senso, è Eleanor, che si lascia letteralmente perturbare da sensazioni, fatti ed emozioni che sembrano esser sempre stati parte di lei, come se lei appartenesse a quel posto da sempre e solo ora se ne rendesse conto. Quello di perturbare e non di terrorizzare, poi, è esattamente l’intento della scrittura della Jackson – che per questo viene accomunata ad Henry James ed al suo Giro di vite (leggerò anche questo, ce l’ho anche in libreria…!) -, che attraverso vie molto eleganti, intuitive e perchè no raffinate si rivela abilissima nel far intuire ed immaginare quelle ombre che iniziano a farsi strada nella psiche umana, espandendosi e crescendo in essa, come se fossero piante che vanno annaffiate per crescere. Ed Hill House è la loro acqua vitale. Parlo di ombre e di sensazioni perchè non si sa esattamente se le presenze che avvertono i protagonisti ed in particolare Eleanor siano reali o pure immagini di qualcosa che è stato; non è neanche un caso che esse arrivino a manifestarsi solo di notte, quando cala la luce ed il buio si impossessa della casa così come dell’anima delle persone. 

Insomma, questo romanzo vi lascerà un po’ inquieti e forse leggermente impauriti, ma arrivando alla sua conclusione potrete prendere la via che preferite, perchè lascia a noi lettori anche il piacere di concludere quest’avventura nel modo che più ci sembra veritiero. O forse ce la siamo semplicemente immaginata fin dall’inizio, questa storia, e non è mai veramente accaduta.

Vera

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