Finalmente ho concretizzato il mio approccio a Domenico Starnone. Era un bel po’ che avevo curiosità di leggerlo, così avevo preso il suo Fare scene. Una storia di cinema (Minimum Fax, 2010) questa primavera, e posso sinceramente dirvi che voglio recuperare il più presto possibile i suoi libri, a partire da Via Gemito, che tra l’altro nel 2001 ha vinto il Premio Strega. E la domanda, a questo punto giustissima, sarebbe: “e perchè non sei partita dal libro premiato”?. Perchè mi è sembrato, ad un primo sguardo, che anche Starnone potesse annoverarsi tra le ‘vittime’ del cinema.

fare-scene  Vittima non in senso negativo, chiaramente, quanto piuttosto nel senso di adoratore, per capirci alla Tornatore di Nuovo Cinema Paradiso: il libro, diviso in tre parti (Primo tempo, Intervallo, Secondo tempo), inizia con una scrittura letteralmente connessa e legata ai suoi personali ricordi di bambino – una sorta di altra vita, se la pensiamo oggi, così intensa e bella ma al tempo stesso dolorosamente e disperatamente lontana – che lo vedono approcciarsi al cinema. A quei tempi, i genitori usavano mandare i figli al cinema insieme ai nonni per toglierseli un pochino di torno (come facciamo noi oggi con la tv ed i videogiochi, niente di nuovo), solo che lui al cinema rimaneva anche per tre spettacoli di fila, perchè in sala si poteva entrare a film iniziato o in dirittura d’arrivo e recuperare i pezzi mancanti come e quando si voleva.

La strada che andava da via Gemito al cinema mi è sempre sembrata lunghissima e inessenziale. In realtà erano quattro passi, la conoscevo a memoria. Portava verso i giochi all’aperto della primavera e dell’estate. Portava verso la merceria dove mi mandava mia madre per comprare cose tipo spagnolette, ciappette, grogrèn. Portava verso il mercato di Antignano e lì andavo a prendere le sigarette per mio padre che le finiva di continuo, fumava due pacchetti al giorno. Era un percorso semplice. […] Affrettavo il passo, mi tiravo dietro i fratelli. Nostra nonna gridava: venite qua, non scendete dal marciapiede che finite sotto a una macchina. Mi fermavo. L”ultima cosa che volevo era essere investito da un’automobile prima di vedere il film. Non ho nessuna memoria di casse, cassiere, biglietti, spettatori in entrata. Non ricordo nemmeno se avessimo l’ansia di arrivare in tempo per l’inizio dello spettacolo. Ho in mente solo le voci vive con bella cadenza, i rumori, la musica eccitante, che sentivo appena mettevo piede nel cinema e che anticipavano nelle orecchie la visione. Mia nonna socchiudeva la porta grigia. Voci,  musica, rumori ingigantivano. Entravamo quasi sempre a luci spente, questo è sicuro, e mi faceva battere il cuore scostare la tenda pesante, lottare per districarmi dal viluppo della stoffa, affacciarmi finalmente sul buio della sala. L’occhio andava subito allo schermo, non resistevo. Poi cercavo mia nonna, ma il buio intanto era diventato più buio, non vedevo nè lei nè i miei fratelli; e tuttavia la paura di averli persi era meno forte di quella di perdermi anche un solo fotogramma o una battuta.

A lui, primogenito, era consentito andare spesso al cinema perchè non era scalmanato come al fratello, perchè manteneva gli occhi sbarrati fino all’intervallo, quando li chiudeva per tornare di nuovo al film, a quello che aveva visto succedere e che sarebbe successo in seguito, per poi riaprirli non appena la sala era di nuovo immersa nell’oscurità. E mentre racconta di questo suo particolare rapporto con il cinema, Starnone non può fare a meno di toccare prepotentemente l’intero ambito famigliare – madre, fratello e soprattutto padre -, e questo suo tocco narrativo lo fa sembrare (sempre prepotentemente) Fante, per via del ritratto che ne esce fuori del padre, una personalità curiosa ed ante-cinefila, che porta a casa prima un proiettore (potevano vedere Charlot direttamente sulla parete di casa!!) e poi addirittura una cinepresa. Quasi a voler dire che se il cinema è davvero una malattia, nel caso-Starnone il paziente zero è rappresentato dal padre.

Il secondo capitolo (l’intervallo) è quello meno corposo, forse perchè più simile ad una riflessione semi-oggettiva sull’uso e consumo odierno dell’immagine, passando per un momento “all’ansia da L’uomo duplicato” di Saramago mentre si trova su un tram – e qui non può non venire in mente la famosa frase di Mario Monicelli: “La commedia all’italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus”. Infine, il terzo atto del libro è secondo me quello più asfissiante, perchè Starnone ci fa letteralmente passare attraverso tutte le fasi di scrittura di un film, dalla concezione dell’idea iniziale agli screzi che si creano con il regista ed il produttore, dalla mancanza di tempo per le varie scadenze da dover rispettare alla questione soldi e, ciliegina, allo stravolgimento dell’idea iniziale. Altro che bel mestiere, verrebbe da pensare: sembra quasi una tortura sulla quale nessun tipo di analista e psichiatra può essere lontanamente capace di intervenire; una dipendenza che sì, possiamo anche definire perversa e che vediamo può interessare anche un grande scrittore come dimostra di essere Starnone – o forse lo colpisce proprio per questo.

Vera

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