Ok, qualcuno potrebbe dire che magari non è un classicone, ma un mini classico, in miniatura, una versione 1.0, uno studio preparatorio per Piccole donne, quello che volete… Sto parlando de L’eredità di Louisa May Alcott, edito dalla Jo March – che ringraziamo sentitamente di esistere, sempre e comunque -, che ho voluto mettere in questa rubrica perché ragazzi, per me lo è eccome un classico, sia per il suo essere un po’ prequel e sia per come è stato ritrovato.

eredita

Parto dalla storia del ritrovamento, che è assai avventurosa: come trovate stampato nel retro di copertina, durante l’estate del 1990, nella biblioteca di Harvard, due ricercatori (Joel Myerson e Daniel Shealy) avevano fatto richiesta per visionare un carteggio famigliare dell’amatissima creatrice delle sorelle March , di cui però pareva non essere rimasta traccia. Trovano però un’altra scheda, sulla quale trovano scritto “Alcott, Louisa May. L’eredità. Manoscritto autografo; 1849″. I due, chiaramente travolti dall’emozione, chiedono immediatamente ai bibliotecari il prestito e si ritrovano tra le mani un taccuino rosso (non credo ci fossero Moleskine rosse, all’epoca, ma per un attimo me lo sono prefigurato così il taccuino…!) dalle dimensioni di un diario, la cui parte interna aveva attaccato un cartoncino con questa dicitura: “Il mio primo romanzo | scritto a diciassette anni | High St. Boston”, e che raccontava la storia di Edith, un’orfana di origini italiane che aveva avuto la fortuna di fare da dama di compagnia ad Amy Hamilton, diventando presto come un sorella e conquistando anche suo fratello, finché un colpo di scena finale rivelerà le vere origini della ragazza.

Ora, è vero che qui ci sono i germi, pronti a sbocciare, di Piccole donne, ma Edith, però ,non so quanto davvero possa trasformarsi in Jo: è così buona, gentile, sopporta le angherie della sprezzante Lady Hamilton (madre) e della nipote, soccorre gli ammallati della zona, scopre un servo-ladro e decide di non denunciarlo ma di aiutarlo con i suoi debiti, rifiuta una nobile proposta di matrimonio che la farebbe divenire ricca e vivere nella più completa agiatezza; infine, scoperta la verità sulle sue origini, è addirittura pronta a nasconderle per non turbare la pace e la tranquillità di una famiglia e a rinunciare all’amore. Una santa, giovane e bella per giunta! Che, capirete bene, forse non trova esattamente in Jo il suo sbocco naturale…. 🙂  Sta comunque di fatto che questa storia è una piacevolissima scoperta, delicata, sincera fin quasi all’inverosimile se ci rapportiamo ad oggi, ma che dimostra che per quanto i panni sporchi debbano lavarsi in famiglia, non vuol dire che qualcosa di estremamente candido e pulito non possa venirne fuori. Ed Edith ne è l’esempio massimo, una speranza per tutte ed un esempio per gli uomini che considerano le donne oggetti da conquistare.

«Milord» rispose Edith con tono mai vacillante, «per quanto povera, e modesta, la vostra ricchezza non potrà mai comprare i miei sentimenti, né il vostro titolo comandarmi il rispetto per qualcuno che mi ha reso infelice, la cui passione egoista non riesce ad avere considerazione della mia condizione, né vergogna per il dolore che mi ha causato, e che adesso cerca di conquistarmi con inutili offerte di beni e di privilegi che mai potranno guadagnare l’amore sincero di una donna. Milord, vi ringrazio, ma non ho nessun cuore da darvi».

Risolutezza, femminilità, amore, riconoscenza, anche dolore troviamo ne L’eredità. Ma soprattutto, tantissima dignità femminile, e per questo un romanzo, seppur breve, come questo (rimanendo oggettivamente un primissimo tentativo di scrittura) dovrebbe essere ricordato sempre, non dimenticato in uno schedario buio, e considerato, com’è successo a me, un vero e proprio classico.

Vera

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