Torniamo a scrivere dopo parecchi giorni di assenza, lo so… Febbraio è stato un mese un po’ affollato, tra il corso di redattore editoriale che ho appena iniziato, libri da dover leggere all’improvviso ed impegni presi al volo… Comunque, avevo deciso di scrivere di Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (edito da Mondadori) già da un po’, visto che il primo l’ho letto circa un anno fa ed adesso avevo preso in mano il secondo – in realtà, li ho presi un po’ tutti i suoi libri, soprattutto perchè piace a mia madre e poi perchè Canale Mussolini mi ha piacevolmente sorpresa, e molto. Tanto che un paio di settimane fa ho deciso di chiedergli un’intervista e, visto che la richiesta è stata accettata, ho cercato di leggere anche gli altri per farmi comunque un’idea che fosse la più ampia possibile.

canale

Ed ho letto il primo volume qualche anno dopo lo Strega proprio per farmi un’opinione che non cavalcasse l’onda del momento, perchè non amo particolarmente seguire le mode (o li leggo prima o dopo i ‘fenomeni letterari’ del momento) e perchè volevo lasciarmi del tempo per assorbirla da sola la storia, senza leggere troppo delle polemiche, degli articoli e delle critiche che imperversavano sui giornali ed in tv. Vi dico la verità: non mi capitava da Angeli e demoni di Dan Brown di non staccarmi fisicamente da un libro, e mi è ricapitato con Canale Mussolini: la storia forse è ormai fin troppo nota, si raccontano le vicende che hanno portato decine e decine di famiglie venete a spostarsi in Agro Pontino agli albori del fascismo, perchè Mussolini dava la possibilità alle famiglie numerose, con molte braccia e quindi forza-lavoro, di abitare in un podere e lavorarne la terra. Quella di cui racconta Pennacchi, di famiglia, è quella Peruzzi, che non esiste nella realtà ma raccoglie in sè tutte le caratteristiche e le storie successe a tutti gli altri nuclei famigliari che a Latina ci hanno abitato – ed ancora ci abitano. Forse la maggior parte degli italiani neanche la sapeva questa vicenda migratoria italiana, e chi magari la conosceva pensava che fossero persone fortunate, toccate da chissà quale fortuna: no, proprio no. 

Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perchè se no? Se non erra per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. Perchè dovevamo venire qui? Lì eravamo sempre stati e lì stavano tutti i nostri parenti. Conoscevamo ogni ruga del posto e ogni pensiero dei vicini. Ogni pianta. Ogni canale. Chi ce lo faceva fare a venire fino qua? 

Inizia così il primo volume di Canale Mussolini – perchè in realtà non vi posso parlare solo della parte seconda, bisogna pur iniziare dall’inizio, no? Una storia tutta italiana, dicevo prima, però se ci penso bene anche no: non ha proprio niente di diverso dalle migrazioni globali questa dei coloni veneti. Gli albanesi, i rumeni, i siriani, gli africani etc perchè scappavano da casa loro? Per la fame, la guerra. Rischiavano di morire, per un motivo o per un altro, ed è inutile che ci giriamo troppo attorno: il primo istinto che abbiamo è quello di sopravvivere, se il corpo non è gravemente malato e ce lo permette ancora. E ce lo abbiamo tutti questo istinto, eh: italiani, stranieri, pugliesi, siciliani, sardi, veneti, piemontesi, giovani ed anziani. I giovani italiani pensate abbiano tutta questa gioia nel doversene andare a lavorare all’estero perchè qua non trovano opportunità lavorative? Io non sarei per niente contenta, ma pure in questo caso si tratta di sopravvivenza futura. Il punto è sempre lo stesso, non si scappa. I Peruzzi scendono perchè non avevano altra scelta per continuare a mangiare. E sì, diventano fascisti – pure qua, polemiche su polemiche perchè per più di qualcuno Pennacchi ci era andato un po’ troppo leggero col fascismo. E però era stato Mussolini a bonificare le paludi e a creare Latina (scusate, in primis Littoria, e scusate di nuovo: era stato Cencelli a volerla davvero tanto, Littoria, poi pure Mussolini, ma prima di tutti Cencelli), ad ospitare questi esuli del nord, a dar loro un’altra vita. Una vita di lavoro, eh, mica stavano a pancia all’aria: dovevano allevare bovini, seminare ettari di campagne, coltivare. Lavoravano dall’alba al tramonto inoltrato, in campagna, donne e uomini, adulti e bambini – questi ultimi si alzavano all’alba, curavano gli animali, andavano a scuola a piedi, chi ci andava, tornavano, e a lavoro in campagna. Insomma, pure lì, chi era più forte sopravviveva, sennò rischiavano di soccombere sotto il peso dei sacchi e delle vanghe. Poi avoglia a dire che Pennacchi è di sinistra e scrive dei libri in cui giustifica il fascismo:

Certo c’era pure la cosiddetta “zona grigia”, la stragrande maggioranza della gente che non stava, in realtà, nè con l’uno nè con l’altro: stava con chi vinceva. Si adeguava e diceva di sì. Ma questo – se permette – fa parte della storia umana. È l’antropologia. L’uomo è fatto così, ha un bisogno vitale di relazionarsi con gli altri, ha bisogno – per essere felice – di sentirsi amato. E il modo più semplice di farci amare è camminare insieme agli altri, andare dove vanno gli altri, dire quello che dicono gli altri. Se vai in un’altra direzione il flusso ti travolge, fai più fatica a muoverti, sei un diverso. «Casso sìto drìo a fare?» ti dicono: «Non lo vedi che ci intralci?». Sono quindi pochi coloro che, quando tutti guardano da una parte, scrutano invece da un’altra, in cerca di nuovi passaggi, di nuove vie. E quando poi le trovano, allora sì che anche gli altri cambiano direzione e gli vanno dietro; ma nello stesso identico modo di prima però: «Conformi!», come diceva mio zio Adelchi. È per questo che nella storia del mondo non si danno dittature – a meno che non siano di brevissimo periodo – di una minoranza sulle maggioranze. Quando una dittatura resiste dieci o vent’anni, è sempre dittatura di una maggioranza sulle minoranze: la zona grigia s’è spostata tutta a favore del vincente. Sta con lui anima e corpo. È lei che gli dà la forza.

Oggettivamente, non si può parlar male di Mussolini in toto, se ha urbanizzato zone paludose, tirato su ponti e città in pochi mesi (ponti e strade tutt’ora in uso, sappiatelo). Ha dato la chance di vivere ai veneti e sì, ha contribuito ad uccidere gli ebrei. Ha mosso guerra ed ha perso. Fine dello statista. Non voglio fare un processo più o meno revisionista del fascismo e dei suoi protagonisti, perchè non è questo il luogo, però sicuramente credo sia necessario conoscere (e capire) la realtà storica prima di farsi uscire una frase del tipo ‘allo Strega ha vinto un libro fascista’. O sul fascismo. Perchè non è così, proprio per niente.

Davanti alla morte siamo tutti uguali, come tutti uguali siamo davanti al pulsare del cosmo. Ognuno di noi – in determinate condizioni – è in grado di sacrificare la propria vita per quella degli altri. Ma in condizioni del tutto diverse è in grado di toglierla – e nella maniera più spietata – poiché in ognuno di noi c’è tutto il bene e tutto il male del mondo. Il nostro destino è segnato dalla serie storica in cui veniamo gettati e dalla nostra capacità di starci dentro.

Canale Mussolini ha vinto, a mio avviso, per un sacco di motivi. La forza ancestrale della storia; lo stile ironico e divertente; la realtà dei fatti italiani, seppur romanzati – nella parte seconda è fenomenale il modo in cui si dipanano i personaggi di Mussolini e Claretta: alla fine in tutto quel casino ci ritroviamo a leggere una storia d’amore e di tradimenti, un lui che è sposato con figli ed ha un’amante, Claretta, ma forse non solo lei, e mentre rischiano ad ogni minuto di essere arrestati, fucilati, dilaniati, a lei importa di lui, lo ama, ne è gelosa da morire, lo scorta fino alla fine. Ragazzi, è una storia d’amore pazzesca, con tanto di presenza fantasmatica (quella di Claretta, che accompagna qualche protagonista della parte seconda, nei sogni ma anche nelle soste stradali). Il linguaggio: un misto di veneto, romanesco ed italiano, un’alternanza colloquiale che noi stessi usiamo, a seconda delle zone in cui viviamo. Lo stile: è una conversazione a due, l’autore che racconta all’ascoltatore. Nella seconda parte, poi, ci sono sequenze narrative talmente belle da essere drammatiche e comiche al tempo stesso (alla Una vita difficile di Risi, per intenderci, se lo avete visto): la storia di Diomede e le cariolate di soldi che si è portato via dalla sede della Banca d’Italia, il soldato tedesco che tra le dune sabbiose fa delle avances sessuali, mentre infuria la guerra civile, la Rsi e l’Italia si appresta a costituire la Repubblica. Riflettendoci, non penso di esagerare se dico che questi libri rappresentano un’epopea: poetica, sanguinosa, furente, dolorosa, putrida, gloriosa; tremendamente solida ed onesta negli intenti, come pure nella sua realizzazione. Una grande narrazione, non nel senso lyotardiano ma semplicemente perchè racconta grandi eventi vissuti dai suoi protagonisti, decidete voi se se piccoli o grandi.

Vera.

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