Torno dopo qualche anno su Virginia Woolf narratrice (lessi La signora Dalloway durante l’università, per un esame se non ricordo male, poi Una stanza tutta per sè giusto un paio di anni fa) con Gita al faro, nell’edizione de La Biblioteca di Repubblica – non so come e quando ho reperito quest’edizione, sinceramente; forse durante qualche bookcrossing, ma la mano sul fuoco non ce la metterei.

faroDunque, questo romanzo venne pubblicato per la prima volta nel 1927, in Italia nel 1934, ed è conosciuto anche con il titolo Al faro. La trama forse vi è abbastanza nota: una famiglia, con degli amici, passa le vacanze estive nelle Isole Ibridi e tenta di organizzare una gita al faro, che purtroppo non si farà per via del maltempo. Ora, qualcuno potrebbe tranquillamente dire: “e che è una trama, questa”? In effetti, sì, la domanda sarebbe pertinente se questo fosse il primo romanzo della Woolf ad essere letto. Ma per i lettori che già la conoscono, non si tratta affatto di una novità: spesso, per Virginia Woolf, la trama non è che un espediente, ha un’importanza secondaria rispetto ai personaggi, a quello che pensano e sono, e questo è il motivo per il quale la sua scrittura è definita psicologica ed introspettiva, direi alquanto complessa in questo suo approfondimento emotivo. 

Il libro è diviso in tre parti (La finestra, Il tempo passa e Il faro) ben distinte a livello cronologico, proprio per mostrare il tempo che passa e le conseguenze del tempo stesso sui personaggi, che sono certamente vari e variegati. La signora Ramsay in primis, che in una lettera scritta da Vanessa alla sorella Virginia, scopriamo essere un ritratto incredibilmente somigliante della loro madre, una sorta di evocazione della bellezza del suo carattere. Nella seconda parte, lo sfondo della Prima Guerra Mondiale sembra essersi portato via la signora Ramsay ed il suo spirito di comunione, come pure la freschezza e la leggiadria delle vacanze estive. La Woolf, nei suoi diari, scrisse di essere stata ossessionata dalla presenza della madre fino ai 40 anni; poi, scritto questo libro – con una certa rapidità ed urgenza – quell’ossessione magicamente terminò, come se il raccontarla l’avesse messa nella posizione di paziente e psicanalista al tempo stesso, trovandole la cura adatta. 

I rimandi autobiografici non si fermano soltanto alla figura materna: il padre della scrittrice già nel 1882 affittò una casa per le vacanze in Cornovaglia, Talland House, ed i luoghi descritti nel romanzo richiamano quelli realmente esistenti nei dintorni di quella zona della Cornovaglia, faro (di Godrevy Island) compreso. Mentre però nella terza parte alcuni componenti della famiglia Ramsay tornano nell’Isola di Skye, riuscendo finalmente a compiere la famosa gita al faro tanto voluta dieci anni prima (e Lily, ospite di allora, riesce finalmente a terminare il ritratto della signora Ramsay, iniziato quella prima volta), la famiglia della Woolf non tornerà più a Talland House. Vi torneranno una volta Virginia e Vanessa insieme, ed una seconda volta solo Virginia, molti anni dopo la morte dei genitori.

Insomma, il finale del come sarebbe dovuta andare nella propria vita Virginia lo ha fatto vivere ai Ramsay, chiudendo un cerchio di esistenze e ricordi e riuscendo ad aiutare anche se stessa. Che poi è spesso il modo in cui viene intesa la scrittura, ossia una seduta psicanalitica, un modo per mettere in campo dei problemi e risolverli.

Vera

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