Basta il fatto che Obama lo definisca il miglior romanzo del 2016 per catturare l’attenzione? Nel mio caso, assolutamente sì: Fato e Furia di Lauren Groff, edito per noi da Bompiani, con la traduzione di Tommaso Pincio, è la storia di un amore, di una coppia.

fato e furia Il matrimonio tra Lotto e Mathilde è avvenuto quasi per gioco, all’inizio, quand’erano poco più che vent’enni. La loro sembra essere la più grande storia d’amore mai vista, un colpo di fulmine che colpisce entrambi, accecandoli, e che diviene amore dopo il matrimonio – e forse anche a causa di esso. Come in Gone Girl. L’amore bugiardo della Flynn, la storia viene raccontata dai due punti di vista: quello di Lotto (Lancilot) prima e di Mathilde poi. Lotto, dicevo. Un ragazzo che a 20 anni sembra aver vissuto sette vite come i gatti (la morte prematura del padre quand’era ancora un bambino, l’overdose della sua ragazza, Gwennie, sorella del suo miglior amico, il carcere minorile per via di una casa andata a fuoco) e che, invece di trasformarsi in uomo, rimane un ragazzo incompleto, finchè non scopre che la sua strada è quella teatrale – non come attore, come inizialmente pensava, ma come scrittore. Una sera, ad una festa, è il Fato a fargli arrivare Mathilde: elegante, algida, biondissima. Una modella su un piedistallo costruito appositamente per lui, che lo stava aspettando. Così pura, fedele, verginale. 

Ma non è tutto oro quello che luccica: quando è Mathilde a prendere la parola, nella seconda parte del libro, ci si rende conto di quanto i pensieri e le idee che ci facciamo su una persona possano essere tremendamente sbagliati, superficiali – nel senso che ci fermiamo cioè a quello che ci è concesso vedere, alla superficie, alla punta dell’iceberg. E Mathilde è un iceberg davvero gigantesco: a 4 anni lasciò morire il fratello appena nato e per questo venne abbandonata dai genitori, sballottolata qua e là prima di venir adottata da uno zio con affari un po’ ambigui. Era sola, sì, ma affatto libera. Decise di accettare la proposta di un gallerista molto più grande di lei, col quale stipulò una sorta di “contratto di possesso” che durò quattro anni. Poi, all’università, Lotto. Forse con lui pensava di placarsi, ma lei è la Furia. L’ira la divora, se la mangia viva, ma sempre all’interno, mai al di fuori. Nulla si vede in Mathilde. 

Alla fine, mentre il romanzo volgeva al termine, alternando sempre fatti presenti e passati, tra tutte quelle montagne di segreti (scoperti e non), non mi sentivo per niente sicura sull’effettiva felicità del matrimonio tra Lotto e Mathilde. Se mantenere un’unione di questo tipo vuol dire far finta prima di piccole cose e poi di più grandi, allora dico di no. Anche perchè far finta vuol dire recitare una parte, non vivere realmente, e quei due mi sono sembrati essere nella loro vita come su un palco di un’opera di Lancelot.

Vera

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