Per la lettura di questo mese, devo ringraziare la casa editrice Newton & Compton, che mi ha dato la possibilità di leggere in anteprima un piacevole romanzo: sto parlando de La ragazza del dipinto di Ellen Umansky, un libro che mescola storia, arte e vicende familiari.

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Prima di soffermarmi sulla trama e sullo stile di scrittura dell’autrice, mi sento in dovere di fare una breve premessa: sia il titolo tradotto in italiano sia la copertina scelta per l’edizione nostrana sono fuorvianti. C’è un dipinto di cui si parla nel libro, ma non raffigura nessuna donna (è un immaginario quadro di Soutine il cui soggetto è un giovane fattorino). Inoltre i personaggi femminili che ci raccontano il loro attaccamento rispetto al quadro sono ben due, quindi mi sembra che il titolo originale – The Fortunate Ones – sia più calzante.

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Ma passiamo alla storia vera e propria. L’intreccio costruito da Ellen Umansky si sviluppa su due piani temporali distinti, affidati a due figure femminili diverse: Rose e Lizzie. Se si esclude l’appartenenza alla religione ebraica, Rose e Lizzie hanno poco in comune.

Rose Zimmer vive a Vienna con la sua famiglia negli anni Trenta ed è costretta a lasciare i genitori durante la seconda guerra mondiale. Nello specifico, Rose, come altri bambini ebrei austriaci, viene mandata in Gran Bretagna per essere accolta da una famiglia inglese e sfuggire ai pericoli derivanti dall’espansione tedesca (questo spostamento, storicamente documentato, è conosciuto come Kindertransport). La piccola Rose si ritrova, quindi, a dover abbandonare padre, madre e la casa della sua infanzia, dove troneggia il quadro tanto amato dalla mamma, ovvero Il Fattorino di Chaïm Soutine. L’unica consolazione è la partenza, con lei, del fratello adolescente, Gerhard, che però viene affidato a un’altra famiglia.

Lizzie Goldstein, invece, è una nostra contemporanea, una trentenne single e rampante che esercita la professione di avvocato a New York. Lizzie, figlia di divorziati, è costretta a tornare temporaneamente a Los Angeles dopo la morte del padre, appassionato collezionista di opere d’arte. Da ragazzina Lizzie trova conforto, in seguito allo spostamento con sua sorella Sarah nella casa del padre, in un quadro appeso in salotto: sempre Il Fattorino di Chaïm Soutine. 

È il dipinto, quindi, che accomuna le esistenze di Rose e Lizzie, cresciute in momenti storici molto diversi. Eppure l’immagine dalle tinte vivaci di questo infelice giovanotto rappresenta un’icona di conforto per entrambe, costrette a vivere situazioni difficili: Rose sradicata dai suoi cari e dalla propria terra d’origine, Lizzie immersa nei drammi della modernità, in bilico con la sorellina tra due genitori divisi.

Vi lascio immaginare come le vicende legate allo spostamento del quadro in questione siano uno degli snodi della trama: confiscato dai tedeschi durante la guerra, il quadro arriva in maniera fortuita negli Stati Uniti e anche qui il suo percorso sembra non arrestarsi a casa del signor Goldstein… Non voglio rivelarvi altro, posso solo aggiungere che è proprio la presenza/assenza del dipinto a far nascere l’amicizia tra la ormai anziana ma sempre combattiva Rose e la perenne insoddisfatta Lizzie.

Come spiega Ellen Umansky alla fine del libro, Il Fattorino non è un quadro specifico di Soutine, ma trae ispirazione dai diversi ritratti di professioni comuni che il pittore russo-francese realizzò nel corso della sua carriera artistica, incluse le raffigurazioni di fattorini.

Tirando le somme rispetto al romanzo, posso dire che ho trovato personalmente più interessante il personaggio di Rose e, in generale, tutta la parte riguardante il suo passato. Assistiamo all’evoluzione della Rose bambina, appena arrivata a Leeds, in giovane donna, che lavora a Londra e poi studia letteratura all’Università, fino al suo matrimonio, al trasferimento negli Stati Uniti e alla sua saggezza da persona anziana che ha vissuto e non si è mai arresa.

La figura di Lizzie, invece, è meno empatica per il lettore: troppe insicurezze e idiosincrasie, a prescindere dalla sua carriera brillante. Eppure è una descrizione fortemente realistica del risultato delle pressioni a cui sono sottoposte le donne contemporanee, in continua lotta con se stesse per raggiungere il massimo a lavoro e nell’amore.

Concludendo, la scrittura di Ellen Umansky è fluida e riesce a catturare chi legge, spingendolo a finire in fretta queste 350 pagine. Ho molto apprezzato anche le citazioni letterarie di cui è disseminato il testo: in primis Il mondo di ieri e La novella degli scacchi di Stefan Zweig, ma anche I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, Jane Eyre di Charlotte Brontë, La donna in bianco di Wilkie Collins e una piccola chicca per ragazzi sconosciuta a molti, L’estate del soldato tedesco di Bette Greene (pubblicato in Italia da Mondadori nelle vecchie collane “Gaia Junior” e “Miti Junior”).

Cattura

Se questo è il romanzo d’esordio di Ellen Umansky, già autrice di racconti,  saggi e articoli su riviste prestigiose, allora sono curiosa di scoprire con quale storia si cimenterà in futuro.

Gwen

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