Parlare di un romanzo come Stoner è difficile. Non aspettatevi un’analisi puntuale della bellezza letteraria che racchiude, per questo vi rimando direttamente all’ottima postfazione di Peter Cameron. Posso solo cercare di spiegare quanto mi ha colpito emotivamente la storia di William Stoner e forse neanche così riuscirò a trasmettere un briciolo della potenza narrativa che si sprigiona da queste pagine.

<<Signori, avete mai riflettuto sulla vera natura dell’università? Mr Stoner? Mr Finch?>>.

I due sorrisero e scossero la testa.

<<Scommetto di no. Il qui presente Stoner, immagino, la vede come un grande deposito, come una biblioteca o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come le api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello. Sono appena dietro l’angolo, nel corridoio accanto; sono nel prossimo libro, quello che non hai ancora letto, o sullo scaffale più in alto, dove non sei ancora arrivato. Ma un giorno ci arriverai. E quando succederà… quando succederà…>>.

Il teatro dell’azione in questo libro è proprio l’università, nello specifico l’università del Missouri, dove William Stoner arriva nel 1910, dopo una giovinezza quasi incolore, trascorsa ad aiutare i genitori agricoltori. Qui William scopre quasi casualmente l’amore per la letteratura. E quell’amore sarà forse il filo rosso della sua esistenza, lo porterà ad essere un insegnante universitario e a scegliere – nonostante gli alti e i bassi della professione – sempre quell’istituzione, perfino di fronte ai grandi eventi della Storia (in primis le due guerre mondiali, così geograficamente lontane da Stoner ma che, con le loro sanguinose conseguenze, lo scuoteranno nel profondo).

Così Stoner cominciò da dove aveva iniziato, e l’uomo alto, magro e ricurvo che ormai era diventato si sedette in cattedra nella stessa aula dove il ragazzo alto, magro e ricurvo che era stato sedeva dietro a un banco, ascoltando le parole che lo avrebbero condotto fin lì. Ogni volta che entrava in quell’aula non poteva impedirsi di guardare il posto che aveva occupato, e ogni volta si stupiva un po’ di non trovarsi lì.

L’università è anche il luogo dove William scopre l’amicizia, dell’impetuoso Dave Masters e del più compassato Gordon Finch, e dove si confronta con tutti i sentimenti nelle varie sfaccettature: la prima infatuazione; la rabbia e il dolore per tutto ciò che non funziona; la tristezza derivante dall’abitudine; la tenerezza per la figlia; l’amore vero, quello fatto di condivisione, passione e affinità; le rivalità e invidie lavorative; l’indifferenza per quanto accade.

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Non voglio rivelarvi troppi dettagli della trama, pur sapendo che un libro del genere prescinde dalla scoperta dell’intreccio predisposto dall’autore. Eppure parte della sua magia è avanzare, pagina dopo pagina, insieme a William, lungo un percorso che fondamentalmente è la sua esistenza. Si crea, quasi in automatico, un rapporto empatico con il protagonista: William diventa quasi un amico, da esortare, abbracciare e spronare. Il suo sentire diventa anche il vostro sentire, perché certe riflessioni sono nascoste nel cuore e nella mente di ognuno di noi. Gran parte del merito di questo legame immediato deriva dallo stile dell’autore: John Williams scava a fondo, quasi chirurgicamente, per regalarci una fotografia esatta di quanto si annida nell’intimo del suo personaggio. Non ci risparmia nulla, né le insicurezze segrete né i dolori lancinanti, con un’essenzialità e una chiarezza uniche.

La vita di Stoner non è una vita esemplare, piuttosto è il paradigma di una vita normale, in cui forse il rovescio della medaglia è l’aspetto più evidente. Leggerla diventa un modo per comprendere se stessi, tra paure e speranze. Un’esperienza letteraria che cattura e, come tutti i capolavori fanno, lascia immensamente più consapevoli.

Chi sei tu, veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh, no. Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente […] ma in te c’è il segno dell’antica malattia. Tu credi che ci sia qualcosa qui, che va trovato. Nel mondo reale scopriresti subito la verità. Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos’è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Sei il maggiolino nel cotone, tu.  Il verme nel gambo del fagiolo. La tignola nel grano. Non riusciresti ad affrontarli, a combatterli: perché sei troppo debole, e troppo forte insieme. E non hai un posto al mondo dove andare.

Gwen

 

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