Il 2017 è terminato, ma prima di parlarvi delle letture del 2018 vorrei spendere qualche parola su alcuni dei libri che mi hanno accompagnato in questi ultimi mesi, perché meritano davvero di essere consigliati.

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Le ultime cinque ore

Questo romanzo di Douglas Coupland è stato il mio primo approccio allo scrittore canadese, noto soprattutto per Generazione X. Lo stile di Coupland è incalzante come una pellicola cinematografica: l’autore riesce a raccontarci, attraverso le prospettive dei protagonisti, la storia di cinque persone bloccate nel bar di un hotel vicino all’aeroporto di Toronto, mentre fuori si scatena la fine del mondo. L’apocalisse che fa da sfondo alle paure e alle speranze di Rachel, Rick, Karen, Luke e del misterioso “Giocatore uno” è stata generata da un aumento incontrollato del pezzo del petrolio e dal conseguente black out energetico, a cui si aggiungono anche anomale esplosioni chimiche. I capitoli sono a tutti gli effetti una cronaca minuziosa e serrata che scandisce, ora dopo ora, ciò che succede soprattutto all’interno del bar. Ne emerge un’esperienza claustrofobica e, allo stesso tempo, liberatoria: non sono forse le situazioni limite a portare in luce quello che è davvero importante, facendoci dimenticare l’insoddisfazione legata agli aspetti più superficiali del vivere? Personalmente leggerò altro di Coupland, che sembra mescolare così bene gli elementi romanzeschi con un’analisi lucida della nostra contemporaneità, rimanendo in bilico tra ironia e sarcasmo, senza mai sfociare nel pessimismo totalizzante. Lo scrittore ci invita, piuttosto, a osservare il mondo con occhi curiosi e con un pizzico di speranza.

“Se pensate a tutte le coincidenze che potrebbero accadere ma non sono mai accadute, allora cominciate a guardare l’universo in un altro modo. In qualsiasi momento potrebbero verificarsi nella nostra vita quotidiana trilioni o sestilioni di coincidenze, eppure se ci riflettete vi rendete conto che le coincidenze non si verificano quasi mai. Le coincidenze sono talmente rare che quando in effetti accadono, allora vengono notate. Anzi, le coincidenze sono talmente rare che è quasi come se l’universo fosse progettato unicamente per impedirle.  Così quando nella vita vi capita una coincidenza o qualcosa di straordinario, vuol dire che qualcuno o qualcosa si è dato parecchio da fare per realizzarla, ed è per questo che dobbiamo sempre farci caso”.

Non vi dirò quanto ho amato il personaggio di Rachel né mi soffermerò su altri dettagli dell’intreccio, aggiungo solo che questo libro è entrato nella mia top 15 del 2017. 

Lasciami andare, madre

Nel mese di dicembre ho aderito all’iniziativa Weekathon Challenge di Bianca Rita Cataldi (blogger, scrittrice, editor e fonte inesauribile di idee, vi consiglio caldamente di seguirla sui social e di leggere il suo blog) e, tra i libri da me scelti, ho amato particolarmente Lasciami andare, madre di Helga Schneider. In questo caso non ci troviamo di fronte a un’opera di finzione, ma a un resoconto intimo e doloroso di vita vissuta. Partiamo quindi dalla scrittrice: Helga è nata in Polonia e ha vissuto in Germania e in Austria, prima di trasferirsi stabilmente in Italia nel 1963. È interessante notare come, pur essendo il tedesco la sua prima lingua,  ha scelto di scrivere sempre in italiano. La sua infanzia viene segnata dall’abbandono da parte della madre, che decide di entrare nelle S.S. lasciando i propri figli. Helga all’epoca ha quattro anni, Peter – il suo fratellino – pochi mesi. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, con le privazioni, la sofferenza fisica e mentale, le brutture a cui Helga bambina assiste – e che racconta magistralmente all’interno de Il rogo di Berlino – rafforzerà quel senso di mancanza e di accusa nei confronti di una figura materna di fatto sempre assente nella sua vita. In Lasciami andare, madre Helga, ormai adulta, incontra la madre in un ospizio. Siamo a Vienna nel 1998. Già nel 1971 l’aveva rivista ed era rimasta sconvolta dal fatto che la donna fosse ancora fiera delle sue scelte e del credo ideologico che l’aveva spinta a militare tra i fedelissimi di Himmler. Quello di Vienna è un incontro cercato sulla scia della maternità di Helga, che porta con sé il proprio bambino, Renzo. Il confronto del 1971 sembra ripetersi nel 1998. Questa volta Helga è accompagnata dalla cugina Eva ed è in qualche modo motivata dalla lettera di una vecchia amica della madre. La donna è anziana, a tratti confusa, eppure il suo attaccamento al passato è tangibile, quasi limpido nella memoria. In questo dialogo a due Helga chiede e si fa raccontare molti aspetti dell’esperienza della madre nei campi di concentramento, ad esempio Birkenau, come guardiana. Un confronto spinoso e di nuovo inevitabile, sincero e tragico, mai retorico.

Provo angoscia e un’irrazionale tenerezza. È mia madre, nonostante tutto è mia madre. Devo vergognarmi se qualche volta l’istinto, il mio istinto di figlia, prevale sulle ragioni della morale, della storia, della giustizia e dell’umanità?

L’autrice tocca il nostro cuore con la sua pena e il desiderio di scorgere un segnale di pentimento. E se la madre continuasse a ostentare i propri sbagli perché è meno doloroso per la figlia scegliere il distacco e la condanna della sua condotta? Continuare a non amarla come ha sempre fatto? Helga comprende di aver perdonato le mancanze della madre rispetto ai suoi figli, in particolare l’abbandono, ma non gli errori e orrori della donna che ha optato per il nazismo e le sue conseguenze.

Pastorale americana

Non avete bisogno di me per sapere che Philip Roth scrive magistralmente e che “Pastorale americana”, vincitore del premio Pulitzer del 1998 nella sezione narrativa, è un libro da affrontare, prima o poi, nel proprio percorso da lettori. La trama del romanzo potrebbe essere riassunta in poche frasi: Seymour Levov, detto “lo Svedese”, cerca di fare la cosa giusta per tutta la vita. Ma a infrangere il suo sogno americano, costruito con pazienza, umiltà e devozione a nobili ideali, ci penserà la figlia Merry, che deciderà di abbracciare l’estremismo terroristico per manifestare il suo dissenso rispetto al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Da un svolgimento così lineare ma fulminante, Roth riesce a far scaturire molteplici riflessioni: la banalità del male, che spesso si origina nonostante i migliori tentativi; la costruzione e decostruzione delle speranze dei singoli; il completo non senso dell’esistenza umana; la predisposizione di famiglie disfunzionali in apparenza formate da individui perfetti; la critica di una nazione che promette, in qualità di diritto, la felicità, ma non può nulla contro l’uso distorto della libertà d’azione. Nonostante la storia sia ambientata tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta in America, gli accadimenti che travolgono Seymour, sua moglie Dawn (ex Miss New Jersey) e la loro figlia Merry hanno un valore universale e tremendamente attuale.

Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare; che non c’è un senso. E quando capita una cosa simile, la felicità non è più spontanea. È artificiale e, anche allora, comprata al prezzo di un ostinato estraniamento da se stessi […].

Siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.

La gente è infallibile: sceglie quello che ti manca e poi non te lo dà.

Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro.

Non aspettatevi comunque una lettura fluida: la pastorale di Roth è un pugno allo stomaco, a tratti disturbante, eppure costantemente realistico. Le sue parole mettono in luce sbagli e disillusioni, rendendo alquanto difficile cogliere anche un minimo barlume di speranza.

Gwen

 

 

 

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