#LetturaDelMese – Giorni selvaggi

Io adoro lo sport. Ma non so niente di surf. Chiedetemi tutto di calcio, tennis, pallavolo; chiedetemi qualcosa di basket, ciclismo, formula 1, nuoto, atletica e quant’altro. Ma il surf… forse perché è proprio troppo oceanico come sport, e noi italiani l’oceano mica ce l’abbiamo. E allora vi chiederete: perchè hai letto Giorni selvaggi di William Finnegan, edito da 66th and 2nd? Perchè sono dello scorpione, mi piacciono le sfide, e un libro sul surf che vince il Pulitzer 2016 nella categoria Memoir, bè, dev’essere favoloso. 

E lo è.

Ma non favoloso come può essere Open. No, scordatevelo proprio Agassi e la sua biografia romanzata. Il surf non è il tennis, anche se si è da soli sia nell’acqua e sia sul campo, perchè le onde ti possono – e forse vogliono – uccidere.

Volevo scrivere un memoir intellettuale sul surf. Ho iniziato a surfare da bambino, a dieci anni, come se fosse un gioco. Ma il surf è uno sport diverso da tutti gli altri perché richiede una profonda intimità con l’oceano e un’estrema sicurezza di sé. Anche se surfi con altre persone, quando le condizioni diventano difficili sei sempre solo. Devi conoscere i tuoi limiti e trovare per conto tuo il modo di salvarti.

 

William Finnegan nasce nel 1952 a New York, ma si mette su una tavola alle Hawaii, dove trascorre parte dell’infanzia, e dopo l’università rincorre sempre e solo le onde. Da perfetto figlio dei fiori si arrabatta come può per restare al passo con l’onda: fa l’insegnante, il lavapiatti, il frenatore di treni, il commesso in una libreria, e finisce per fare quello che desiderava suo padre, ovvero scrivere, collaborando per il New Yorker. Ma il lavoro è la parte meno interessante e importante: in pratica è il surf a definire la sua vita. William è un nomade apolide che lascia i genitori per mesi e anni, facendosi sentire di tanto in tanto via posta, perché deve trovare la sua onda. E voi direte: sul serio in quasi 500 pagine si parla e si legge solo di acqua e tavole e onde? Sì. E bisogna pure che vi abituate al linguaggio tecnico, pian piano, come ho fatto io, che lo slang forse è una delle pochissime chiavi di lettura per approcciarsi a questo modo di vita. Non sport, badate bene. 

L’impulso primario che mi spinge tuttora verso il surf rimane il desiderio di giocare in un luogo poco accessibile, un giardino segreto nel ventre profondo delle onde. Il vero, ultimo obiettivo è sempre quello di vivere una rara, torrenziale esperienza di bellezza.

Più leggevo pagine, e più William prendeva onde, e spaventi, e si immergeva per non essere risucchiato, e girava il mondo per cercarle e prenderle, ancora e ancora. Per trovarne una, quella su misura, come se fosse la compagna della vita, che costa peripezie anche quasi mortali. Non so se l’onda perfetta per un surfista esista davvero, ma leggendo ho avuto la sensazione che cercarla dia uno scopo nella vita:

I surfisti sono ossessionati dalla perfezione. L’onda perfetta e via discorrendo. Tutta roba che non esiste. Le onde non sono oggetti naturali immobili come le rose o i diamanti. Sono eventi rapidi e brutali al termine di una lunga catena di azioni tempestose e reazioni oceaniche. Anche i break più simmetrici hanno certe irregolarità e caratteristiche locali, del tutto specifiche, e si modificano con i cambiamenti della marea, del vento e dello swell. I giorni migliori nei break migliori hanno un aspetto platonico – sembrano incarnare l’idea dell’onda come se la immaginano i surfisti. Ma tutto finisce lì, in un’apparenza appunto.

Che poi è quello che racconta Finnegan per tutto il libro: sfidare il mare, e al tempo stesso la morte, non può prescindere da una spinta, un moto che dura decine e decine di anni, così come dalla dedizione a questa voglia di perfezione e di bellezza. E non è detto che tutti vi riescano.

Vera

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