Quando ho letto l’ultima pagina de Il castello blu, scritto da Lucy Maud Montgomery nel 1926, ho capito: mi trovavo non solo di fronte a uno dei classici “moderni” più belli mai affrontati, ma a uno di quei libri che hanno il potere di diventare una pietra miliare nel mio percorso da lettrice. Infatti in queste pagine la scrittrice canadese, famosa soprattutto per aver creato l’adorabile serie di Anna dai capelli rossi, ovvero Anna dei Verdi Abbaini (divorata da bambina!), riesce a costruire una storia in cui la verve ironica è dosata sapientemente tra riflessioni esistenziali e l’ottimismo migliore, ovvero quello che scaturisce dalle situazioni difficoltose per regalarci una via d’uscita.

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Ma partiamo dall’inizio: di cosa parla Il castello blu? Il romanzo si apre con una mattinata piovosa, che coincide con il ventinovesimo compleanno della protagonista: Valancy Stirling. Valancy è una ragazza mite che, pur di non scontrarsi con la mamma e la zia con cui abita, accetta tutte le ferree regole dell’amplio clan familiare di cui fa parte. Siamo negli anni Venti, nel piccolo centro (inventato) di Deerwood, nel Muskoka,  regione dell’Ontario. Valancy, oltre a seguire giudiziosamente le imposizioni dettate dall’esterno, non si ribella all’immagine che gli altri hanno di lei: una figura incolore, insignificante, una donna che non è in grado di affascinare un futuro marito né di avere un’esistenza che valga la pena di essere vissuta. Eppure Valancy ha un mondo interiore traboccante: i limiti che incontra nella quotidianità la costringono a riversare su una fantasia – il castello blu appunto – le sue aspirazioni. Come castellana di un fantastico maniero immerso in una lussureggiante e non precisata natura canadese, Valancy può sperimentare tutto: abiti meravigliosi, passeggiate al chiaro di luna, lettura dei suoi libri preferiti, senza pause per dover assolvere noiose faccende domestiche, e soprattutto l’amicizia e l’amore. Ma Valancy non è più una bambina e sa bene che le illusioni della mente non bastano. Questo pensiero viene rafforzato da una scoperta scioccante: a Valancy viene diagnosticata una malattia incurabile e quello che la tormenta non è tanto la morte imminente, ma la consapevolezza di non aver vissuto a pieno. Capisce di essere sempre stata penalizzata dalla paura di scegliere, come sembra ricordarle uno dei passi dei suoi scrittori preferiti:

“La paura è il peccato originario” scriveva John Foster. “Quasi tutto il male del mondo tra origine dal fatto che qualcuno ha paura di qualcosa. È un freddo e viscido serpente che si avviluppa attorno a te. È orribile vivere con la paura ed è la cosa più degradante al mondo”.

Valancy chiuse La magia delle ali e si alzò.

E Valancy allora si trasforma in un’eroina anticonformista, pronta a cercare nei suoi giorni terreni quel “castello blu” che ha sempre agognato. La ricerca della propria felicità parte con l’aiuto nei confronti di una sua ex compagna di scuola, relegata dalla “buona società” di Deerwood alla solitudine più estrema tra le cime del Mistawis…

Come sempre non voglio indugiare troppo sui dettagli della trama, sia perché vi priverei di quel piacere di scoprirla poco a poco, sia perché le vicende di Valancy sono solo il veicolo di temi sempre attuali e di uno stile formidabile. Lucy Maud Montgomery riesce a catturare con la sua penna la magia della natura, raggiungendo un lirismo che non ha nulla da invidiare ai versi dei poeti.

Primavera. Il Mistawis nero e cupo per una o due settimane, poi ancora una volta di un fiammeggiante color zaffiro e turchese, lillà e rosa, sorridente attraverso il bovindo, carezzevole con le isole ametista, increspato sotto le brezze soffici come seta. Ranocchie, piccoli e verdi maghi delle paludi e delle pozze d’acqua, il cui canto risuona ovunque nel lungo crepuscolo e per buona parte della notte; isole fatate avviluppate da una verde caligine; l’evanescente bellezza dei selvaggi e giovani alberi con i primi germogli; l’algida grazia delle nuove chiome dei ginepri; le foreste agghindate con fiori primaverili, delle cosine delicate e spirituali, affini all’animo della natura selvaggia; una rossa bruma attorno agli aceri; salici ricoperti di lucenti e argentei germogli setosi; nuova fioritura delle dimenticate viole del Mistawis; il richiamo delle lune d’aprile.

La sua scrittura è di fatto un connubio tra descrizioni accurate, frasi argute e quel buon senso che nasce dal cuore e non da superficiali regole sociali. Altrettanto speciale è una visione così puntuale e contemporanea dell’interiorità femminile e dei concetti di felicità e realizzazione personale. La necessità di un percorso verso l’emancipazione della donna è un argomento che si percepisce nella storia di Valancy.

Una nota di merito, infine, alla bella prefazione con cui le editrici della Jo March hanno arricchito questo volume. Vi consiglio di dedicarvi alla prefazione a fine lettura: oltre a  dettagliate riflessioni sul romanzo, troverete numerosi cenni biografici su Lucy Maud Montgomery, che potranno solo incrementare il vostro amore per una scrittrice tanto talentuosa e portatrice sana di speranza, nonostante le difficoltà.

Gwen

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