L’idiota

batuman idiota

Post a tema Einaudi, ve ne sarete accorti 🙂 E un’altra cosa che di sicuro già saprete è che instagram è la rovina per noi lettori/accumulatori di libri seriali. Perché è proprio su instagram che ho iniziato a vedere foto di questo libro di Elif Batuman: prima me lo ha fatto notare Gwen, poi ho visto due, tre persone che lo avevano acquistato e una di queste é Danisetta Rocchi, che ringrazio perché ha postato proprio un brano del libro che mi ha mooolto incuriosita. E quando mi incuriosisco, cerco notizie: Elif Batuman, classe 1977, made in New York (yeah, una New Jersey girl!) è una scrittrice e giornalista con un dottorato a Stanford in letteratura comparata. Questo è il suo secondo libro (il primo è sempre by Einaudi, I posseduti. Storie di grandi romanzieri russi e dei loro lettori che voglio recuperare appena possibile), con il quale è arrivata in finale al Pulitzer, testa a testa col vincitore Andrew Sean Greer – il quale pare abbia detto che meritava lei di vincere il Pulitzer. Ma news a parte: protagonista è Selin, una diciottenne che si ritrova per il suo primo anno di college ad Harvard (siamo nel 1995), alle prese per la prima volta col mondo universitario, con l’avvento della comunicazione digitale – deve imparare a usare le email, così come i lettori cd portatili per ascoltare la musica – con l’amore e le interazioni sociali. Gli anni universitari, quelli più belli – così penso io e forse la maggior parte delle persone -: forse, però, l’autrice vuole mostrarci esattamente il contrario. Con la sua eccezionale scrittura (sottolineo eccezionale: divertente, senza divagazioni, con improvvisi cambi di ritmo e di scena mai descrittivi, casomai narrativi), assolutamente visiva, riesce a far vedere al lettore quello che racconta, quasi fosse uno “storyboard letterario”, rimanendo nuda e cruda, lì, sulla pagina e dentro agli occhi. E Selin a tratti mi ha fatto molta tenerezza, perché è una giovane donna, ancora inconsapevole di esserlo (a tratti credo neanche voglia) che deve ancora provare e vedere tutto, non ha esperienza di nulla, non conosce neanche i Beatles, che la attraggano a calamita soltanto nel finale – speravo sinceramente nei Nirvana, visti gli anni ’90, ma ok, magari li avrà ascoltati dopo – e perché ci prova davvero a non innamorarsi di Ivan, ma non riesce proprio a sottrarsi a quell’attrazione mental-platonica per quello studente di matematica che frequenta il corso di russo con lei. Quindi tutto bello, penserete voi. E invece… nì. Perché ok vedere la vita di Selin in ogni minimo dettaglio per le prime 100 pagine, ma il libro ne conta 415. E non succede granché a livello di sviluppo di trama e personaggi, nelle altre 300 pagine: la scrittura va avanti con lo stesso ritmo, ma la sorpresa delle prima pagine poi pian piano svanisce, e magari uno si aspetta che accada davvero qualcosa. Mentre andavo avanti con la lettura sentivo sempre più che mancava qualcosa, lo scatto in avanti, perché é come guidare una Ferrari andando sempre con la seconda, e come credo di aver scritto a Gwen in chat, se qualche lettore abituato ai thriller si ritrova a leggere questo libro, potrebbe finire per tagliarsi egli stesso le vene per veder succedere qualcosa. Insomma, per farvela breve a quest ferrari mancano dei cavalli di potenza. Ma vale sempre e comunque la pena avere una macchina del genere 😉

Mia madre stava rileggendo Anna Karenina. Mi disse che il libro parlava del fatto che c’erano due tipi di uomini: quelli a cui piacevano le donne (Vronskij, Oblonskij), e quelli a cui di fatto non piacevano le donne (Levin). Vronskij all’inizio dava molta sicurezza ad Anna, dato che amava tanto le donne, però non amava lei in particolare, almeno non abbastanza, e quindi Anna doveva uccidersi. Levin, viceversa, era goffo, noioso e una mezza rottura di palle, e sembrava sempre più interessato all’agricoltura che a Kitty, ma di fatto era un partner più affidabile, perché in fondo le donne non gli piacevano davvero. Per cui Anna aveva fatto la scelta sbagliata e Kitty quella giusta. Ecco, secondo mia madre Anna Karenina parlava di questo.

 

Trilogia della città di K.

kristof

Agota Kristof è una di quelle scrittrici che vanno lette, prima o poi. Era nella mia tbr da un bel po’ di tempo e la rimandavo perché ve lo confesso, io delle storie sulla guerra ne ho fin sopra i capelli – non riesco neanche più a vedere i film a tema, per capirci. Ma non è il caso di questa fantastica scrittrice ungherese prima e svizzera dopo, che purtroppo è scomparsa nel 2011, che ha scritto di due gemelli, Lucas e Claus (non è un caso che i loro nomi siano uno l’anagramma dell’altro) lasciati dalla mamma alla nonna – la Strega – durante una guerra non ben specificata ma che non è difficile riconoscere. Sono molto piccoli, i due, ma devono adattarsi immediatamente al peggio del peggio: a dormire su una panca, a essere lasciati sporchi e senza vestiti, a essere obbligati a lavorare mentre tutto quel lurido che li circonda, in casa e fuori, si espande anche intorno per via della guerra e delle sue inevitabili conseguenze. Vengono persino derubati dalla Strega, che tiene per sé i soldi che la loro mamma manda loro con una certa frequenza e regolarità, insieme a degli abiti. Lucas e Claus vengono puniti quando non fanno ciò che comanda loro la Strega, perciò decidono di autoinfliggersi dolore fisico per imparare a tollerarlo, a sopportarlo, finché non lo sentono più e le lacrime smettono di scendere. E una volta assunta la padronanza del dolore, imparano a usarlo, fino a praticarlo mortalmente, per difendersi e mangiare. Quello a cui assistiamo è un percorso di sopravvivenza dei due, che viene strutturato con diligenza, riportandone drammaticità e crudezza con una scrittura ridotta all’osso, asciuttissima, strutturata in capitoli brevissimi nella prima parte, di due pagine ognuno. E dopo le prime dieci pagine, non potevo non paragonare questa storia a quella calviniana, I sentieri dei nidi di ragno. C’è lo stesso distacco essenziale, quel senso di bruttezza che deve essere raccontata così come la si vede, con gli occhi di bambini che ignorano ancora  la vita e i suoi fatti. Poi, però, cambia tutto: la seconda parte del romanzo mette in discussione tutto quello che abbiamo letto, l’esistenza stessa delle persone che abbiamo conosciuto prima, non si sa più cosa è vero e cosa no, chi è veramente esistito e chi no. Facevo fatica a credere a quello che sapevo e a quello che stavo iniziando a conoscere, ad un certo punto si confondevano i piani di narrazione e realtà, di tempo; più che altro non riuscivo a capacitarmi di quanta storia nella storia ci fosse. Però, giustamente, gli scheletri non possono più rimanere appesi ma sono scaraventati fuori dagli armadi: veniamo a conoscenza di cosa hanno davvero fatto Lucas e Claus, come hanno vissuto, con chi, perché si sono separati e perché forse non arriveranno più a ritrovarsi del tutto. Ma sapere non fa sospirare di sollievo: questa storia è amara, piena di violenza, di bombe, di cattiverie, con a tratti momenti di amore più o meno giusto, ma redenzione e pace, dopo tutto quello che è accaduto, dopo quella guerra, globale e personale, la Kristof ci urla a squarciagola quanto siano impossibili. 

Ho solo cinquant’anni. Se smetto di fumare e di bere, o piuttosto di bere e di fumare, potrei ancora scrivere un libro. Dei libri no, ma un libro solo forse sì. Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia. Se resto qui, non scriverò mai un libro. La mia sola speranza è vendere la casa e la libreria e andarmene da mia sorella. Lei mi impedirà di bere e di fumare, faremo una vita sana, si occuperà di tutto lei, non avrò altro da fare che scrivere il mio libro, quando mi sarò liberato dall’alcolismo e dal tabagismo. Anche lei, Lucas, scrive un libro. Su chi, su cosa, lo ignoro. Ma scrive. Da quando era piccolo non smette di comprare fogli di carta, matite, quaderni.

Vera

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