hughes ciclone giamaica

Un ciclone sulla Giamaica di Richard Hughes (Guanda, 2001) è un libro piuttosto recente, sia per scoperta e sia per reperimento. Non fosse stato per Le voci segrete di Mirca Casella (una raccolta di saggi dedicati alle opere di Bianca Pitzorno) non avrei mai saputo che questo è uno dei romanzi preferiti della Pitzorno stessa, a cui fa peraltro riferimento nella sua Polissena del porcello. Ma andiamo con ordine e passiamo alla storia vera e propria, ossia quella della famiglia Thornton (due genitori e cinque figli) che abita nei Caraibi e che viene prima sorpresa da un leggero terremoto e subito dopo da un più violento uragano. Per questo motivo, i genitori decidono di imbarcare i figli sulla Clorinda, verso la natia e più sicura Inghilterra, che però tanto sicura non è, perché viene presa dai pirati, anche se non sono affatto quei manigoldi e filibustieri che conosciamo noi. Anzi: sono proprio i pirati stessi a cercare di proteggere i ragazzi, a preservarli dalla vita selvaggia che si ritrovano a vivere sulla nave, “tra scarafaggi voraci, cibo pessimo e scarso, pescecani agguantati per gioco, notti tropicali in cui compiono forsennate sarabande”; una vita realmente animalesca da farli divenire talmente “sporchi che disgusterebbero un mendicante di Londra” (cito Antonio Faeti, sempre dal saggio della Casella). In questo lasso di tempo in compagnia dei pirati Emily, una dei cinque Thornton, arriva a conoscere se stessa, il suo corpo e il suo essere: proprio come Polissena, anche Emily si diverte a giocare con un maialino, a rincorrerlo per tutta la nave e si affeziona talmente tanto da arrivare a dire che se fosse una regina avrebbe proprio un maiale per trono – non è difficile capire come il piccolo animale simboleggi, per entrambe, la libertà e la folle corsa per raggiungerla. Non pensate però che questa improvvisa presa di coscienza femminile non abbia un prezzo, perché ce l’ha, eccome se ce l’ha. Ed è la totale mancanza di sentimentalismo. Come viene sottolineato in Curarsi con i libri (Ella Berthoud e Susan Elderkin, Sellerio 2017), questo romanzo è così poco sentimentale che dopo averlo letto non vi commuoverete più davanti all’immagine di un bambino che muore di fame e invece, per aiutarlo, gli spedirete subito un pacco alimentare o vi dedicherete al volontariato. Perché quando uno dei ragazzi mancherà all’appello, non vi saranno mari e oceani di lacrime: lo dimenticheranno subito, smetteranno immediatamente di pensare a lui tanto da sembrare – loro, dei bambini! – esseri quasi riprovevoli se non addirittura ripugnanti, come forse infine diviene Emily. In queste 233 pagine Hughes riesce a trattare l’ampio tema dell’infanzia (e della conseguente perdita di essa), quel momento in cui all’inconsapevolezza si sostituisce l’autonomia, ribaltando in modo del tutto inaspettato e originale le parti – sono i poveri pirati a finire prigionieri, nelle grinfie dei piccoli umani, e a pagare anche per le loro colpe – per arrivare alla mostruosa conclusione che il modo di pensare dei bambini è “più vicino a quello dei gatti, dei pesci e dei serpenti che a quello degli adulti”.

lantern hill

Jane vive al 60 di Gay Street, a Toronto, con sua mamma Robin e nonna Kennedy. Non che le manchi nulla a Jane – si muove in limousine, ma quanto vorrebbe poter camminare da sola, di tanto in tanto – visto che nonna Kennedy le dà sia il cibo e sia i vestiti, ma le toglie anche molto. Molta felicità, a lei come a sua mamma. Jane vorrebbe fare tante cose: sporcarsi le mani in cucina, provare a fare dolci e insalate, ma nonna Kennedy non mangerebbe nulla di ciò che ha toccato lei, perché la reputa incapace; Jane vorrebbe poter invitare la sua amica e vicina di casa, Jody, a giocare da lei, al numero 60 e non sempre al 58 di Gay Street, ma nonna Kenendy non vuole che persone di rango inferiore mettano piede in casa sua. Jane vorrebbe anche tenere il ritaglio di giornale di Kenneth Howard in un cassetto, perché le piace davvero tanto il suo sorriso, ma un giorno sua nonna lo trova e glielo strappa davanti agli occhi. Jane poi scopre che le riesce davvero bene recitare, e pensa di fare una bella sorpresa alla mamma e alla nonna quando ad un concerto della scuola le fanno recitare una poesia in dialetto: si è impegnata tanto a impararla, a provare in camera sua, sottovoce, per non farsi scoprire. La mamma è tanto orgogliosa di lei, così come la nonna è tanto arrabbiata, perché Jane Victoria le ricorda un’altra persona tanto brava a leggere in dialetto. Il padre di Jane. Le avevano raccontato che era morto, e invece Jane scopre che non è affatto così: è vivo e vegeto e si trova nell’Isola del Principe Edoardo, e un bel giorno di aprile al 60 di Gay Street arriva una sua lettera, in cui dice che vorrebbe tanto che sua figlia passasse l’estate con lui. Jane, che vive all’ombra di una nonna che non fa che intimidirla, scoraggiarla e controllarla, ha adesso un altro timore: quello dell’ignoto. Perché ha un padre che non conosce per niente, che vive su un’isola che non ha mai sentito nominare, un’isola “madida di pioggia, dove gli alberi si piegavano dinanzi al vento e le nuvole pregne sembravano quasi sfiorare i campi”.

Lucy Maud Montgomery in questo Jane di Lantern Hill (Jo March, 2018, tradotto dalla bravissima Elisabetta Parri, che si era già occupata di un altro titolo dell’autrice, Il castello blu, recensito da Gwen) ci regala una protagonista bella, coraggiosa, sottovalutata dagli adulti per la sua età e goffaggine, una ragazzina impacciata solo a causa dei giudizi negativi che la aspettano sempre, così come i rimbrotti. Jane, però, non soccombe come sua mamma alla tirannia e al grigiume che la circonda: alza la testa, riesce a vedersi brava, capace di imparare e aiutare non appena trova qualcuno (il padre)che la vede senza preconcetti e non appena trova un luogo (l’Isola) cui sente di appartenere. Ed è proprio Jane stessa la morale positivissima di questa storia: come ci dice Mara Barbuni nell’Introduzione, “nonostante il mutamento improvviso delle condizioni di vita, il senso di solitudine e di isolamento che chiunque può sentire dentro di sé, la sorte può riservare nuove occasioni e opportunità, che sprigionano capacità nascoste dentro di noi”. Perché nonostante molte persone vogliano schiacciarci e farci sentire perennemente mediocri, noi siamo stelle capaci di brillare, nonostante bufere e tempeste.

Vera

Annunci