#LettureDelMese – Storia di May Piccola Donna+Storie di pirati

may mondadori

Ci sono libri a cui non si può resistere. Nonostante tu abbia più di 100 cartacei a casa, che non sai più dove mettere, se vai da Ibs e ti trovi davanti Storia di May Piccola Donna di Beatrice Masini (Mondadori, collana Contemporanea, 2019) non ci sono pile che tengano. Lo prendi e vai in cassa. Anche perché quella che racconta la Masini è in parte la storia di Louisa May Alcott che incrocia quella di May, la protagonista: con i suoi genitori la ragazzina si trasferisce dalla cittadina di Concord ad un luogo denominato il Paradiso. Si tratta di un posto ideale, una sorta di comunità in cui si vive di quello che si produce senza però sfruttare gli animali – quindi niente carne, niente latte, niente uova – e ci si veste solo con abiti di lino. In questo contesto, May può arrampicarsi sugli alberi, immergersi nell’acqua del lago, esprimere tutto lo spirito selvaggio che ogni bambino vorrebbe sfogare. Ma questo tipo di realtà non è così ideale come si poteva pensare inizialmente: durante l’inverno fa freddo, il cibo può scarseggiare e May prova a tamponare questa realtà in cui vive scrivendone alla sua amica di città, Martha, ma reinventandola un po’, rendendola più eccitante – e in questo modo accettabile – di com’è davvero.

may interno

Ogni capitolo inizia con queste bellissime illustrazioni (di Mariachiara Di Giorgio) e con le lettere di May a Martha, ed è scritto in colore blu. Lettere che sono lunghe, a volte lunghissime, piene dei particolari delle giornate di May.

Non ha ancora deciso se è meglio scriverle, le cose successe, per farle restare, o tenerle per sé, nei cassetti segreti della testa e del cuore. Se scrivi una cosa la possono leggere tutti. Se non la scrivi è solo tua. Ma se poi te la dimentichi? E quando la scrivi sei proprio sicuro che sia uguale a quando è successa? Perché è chiaro che scegli, e non ci metti proprio tutto tutto, altrimenti non ti basterebbero tutti i fogli di carta del mondo.

E May nonostante la compagnia della sua famiglia, del Bel Signore, si sente sola, è da sola. Non ci sono altri bambini con cui giocare – a parte i vicini, una famiglia indiana. I soli visitatori che arrivano lo fanno per curiosità, mossi dalla voglia di vedere quegli esseri umani in quella bolla, come se fossero in una gita e May un animale esotico da osservare, ma uno di quelli strani, non da ammirare. La stessa Alcott, per un certo periodo della sua vita, fece lo stesso “trasloco” della famiglia di May, da Concord a una comunità migliore chiamata Fruitlands: il padre di Louisa era un filosofo trascendentalista, che pensava che l’uomo dovesse trovare un modo più semplice per vivere, riconciliandosi con la natura e i suoi esseri, così da poter aver tempo di studiare, pensare, riflettere sull’anima come sulla condizione degli schiavi d’America. A Fruitlands dovevano coltivare loro stessi quello che avrebbero mangiato, ma essendo un gruppo numeroso (4 figli più i genitori), scarseggiava sempre un po’ tutto, dal cibo all’acqua, e le bambine avevano giornate molto faticose, perché aiutavano nei lavori domestici e agricoli, e in più dovevano studiare. Anche Louisa, come May, scriveva: teneva una specie di diario, in cui certo non risparmiava le ristrettezze cui erano costretti, per non parlare dei debiti, solo che non era un diario privato, in quanto i genitori leggevano tutto, quindi non c’era nessuno spazio per riflessioni troppo personali e segreti di alcun tipo. Come predisse Emerson, l’esperimento di Fruitlands fallì nel giro di un anno (un conto è vivere così a luglio, ma l’inverno è troppo duro) e gli Alcott prima vennero aiutati da alcuni amici e poi riuscirono a trasferirsi, sempre comunque avendo delle difficoltà. Troverete un sacco di May in Louisa e un bel po’ di Louisa in May: dalle sue frasi in Piccole donne ai suoi personaggi, ma soprattutto ci tengo a sottolineare la bellezza della scrittura della Masini, così leggera e limpida come le acque del lago di Paradiso, ma al tempo stesso non esente da minacce e possibili pericoli, una scrittura capace di regalare a chi legge la sensazione di quanto sia importante lasciare un ricordo, una traccia di quanto si è provato a fare nella vita, anche se l’esperimento può non andare a buon fine.

doyle

Ma voi lo sapevate che Sir Arthur Conan Doyle ha scritto anche altro rispetto a Sherlock Holmes? Io avevo letto solo Il mondo perduto (e mi era già preso un colpo, perché sapere che lui aveva già avuto l’idea di Jurassic Park mi ha creato un cortocircuito pazzesco) e solo pochi mesi fa ho trovato le sue Storie di pirati, edito dai tipi di Donzelli (grazie!) già nel 2012. Un volume bellissimo, che contiene tutti i racconti (sei) di Doyle sui beneamati bucanieri accompagnati dalle bellissime illustrazioni di Howard Pyle. Pare che il primissimo racconto con protagonista il capitano Sharkey si vide nel 1897, e negli anni a seguire anche gli altri vennero pubblicati su una rivista, ma se prima Doyle ci abitua all’atmosfera dei mari caraibici, alle navi occupate, depredate, fatte saltare in aria, poi non ci fa mancare assolutamente il colpo di scena finale, perché l’ultimo racconto si svolge sulla terraferma. Fermissima, anzi. Quella londinese di fine Ottocento, con le prime macchine, le strade, i palazzi. Niente acqua intorno, per capirci.

doyle interno

Sappiate però che il capitano Sharkey non è simpatico nemmeno la metà di Jack Sparrow: è cattivo, cattivissimo, spietato, un assassino della peggior specie, e non riuscirà affatto a cavarsela come il mirabolante Sparrow; rimane comunque il protagonista di questo bellissimo, preziosissimo volume. Che per gli amanti e appassionati di pirati (come me) è davvero, davvero irrinunciabile.

Vera

 

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