#LettureDelMese – La gabbia di vetro+Panopticon

Cover Colin WILSON.La gabbia di vetro.Carbonio Editore

Ha scritto tantissimo, Colin Wilson. Saggi, gialli, horror, romanzi di fantascienza. Nato nel 1931 e purtroppo morto nel 2013, è diventato famoso con la sua primissima opera, L’outsider, dedicata alla figura degli outsider in letteratura appunto. Ma gli piaceva pure la filosofia, la psicologia, studiava l’esoterismo come l’occulto. Un onnivero, insomma. Che lascia la scuola a sedici anni per andare a lavorare in fabbrica, e fino ai 25 rimane sconosciuto ai più, mentre dormiva in un sacco a pelo. Poi, la notorietà improvvisa, che lo rese addirittura d’ispirazione per scrittori ma anche musicisti – tra cui David Bowie e  Stephen King, che lo ha citato nel suo ultimo libro, intitolato proprio The outsider

Io ho voluto iniziare a conoscere questo scrittore da La gabbia di vetro, un thriller pubblicato da Carbonio nel 2018 e tradotto da Nicola Manuppelli, in primis per via della trama: nella Londra degli anni Sessanta iniziano a succedersi innumerevoli omicidi, e il serial killer lascia sui muri, vicino alle vittime, dei versi di William Blake. Così, la polizia chiede aiuto a uno dei massimi esperti di Blake, Damon Reade, che per seguire gli indizi si trasferirà a Londra fino a trovarsi faccia a faccia col principale sospettato, Gaylord Sundheim. Ma davanti a lui le certezze e le supposizioni di Reade si frantumano: dietro a un uomo così colto, intelligente e amante di Blake può davvero nascondersi un feroce assassino? Wilson sembra fare esattamente il contrario di quello che ci si aspetta in un giallo classico: prima si presentano gli indizi, si sospetta di qualcuno che non è l’assassino per poi arrivare a quello vero. E invece in questo caso si arriva praticamente subito al sospettato principale, lo scovano in quattro e quattr’otto, e questo perché il lavoro di Wilson non ricalca le solite piste, ma vuole condurre la storia su un sentiero psicologico, capire cosa succede ad una mente così intelligente quando fa a cazzotti con il corpo, come la lucidità retrocede dinanzi agli impulsi, qual è quel confine, quella miccia che fa crollare quel castello che è l’essere umano. Quello che raccontano queste 265 pagine non è la storia delle vittime ma quella più fine e laterale, dell’assassino, che si gioca sul terreno letterario, religioso, parentale, individuale e animale per arrivare a scovarne i demoni interni, magari meno orrorifici di quelli che ci racconta King ma potenti e ancestrali in egual misura.

 

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Jenni Fagan, classe 1977, scozzese, si è fatta conoscere al mondo con questo suo romanzo d’esordio, Panopticon, che è stato tradotto in otto lingue e adattato anche per il teatro, e pubblicato in Italia dai bravissimi tipi di Carbonio proprio quest’anno, con la traduzione di Barbara Ronca. Forse il Panopticon non risulterà a tutti sconosciuto (io mi ci imbattei all’università con Foucault): si tratta di un carcere ideale, creato da Jeremy Bentham nel 1791, progettato in modo che un unico sorvegliante (opticon) potesse sorvegliare tutti gli ospiti (pan) senza farli accorgere assolutamente di quando e come venissero osservati. Sembra che Bentham prese l’idea dalla mitologia greca, perché Argo Panoptes era un gigante non come Polifemo, con un occhio solo, ma con circa 100 occhi, cosa che ovviamente lo rendeva un ottimo guardiano.

Non voglio ammorbarvi con la descrizione particolareggiata della struttura pensata da Bentham, che tanto potete trovare su Wikipedia o altrove online, fatto sta che nel romanzo della Fagan una quindicenne, Anais, si ritrova a essere condotta proprio al Panopticon, una struttura circolare che si trova nella periferia di Edimburgo, che ha una torre di guardia e varie celle controllate dall’alto, da un occhio invisibile. Questo è un luogo particolare, come potete immaginare, perché ospita solo dei ragazzi minorenni come Anais, con problemi famigliari, disadattati, piccoli criminali con la loro breve vita già segnata da numerose difficoltà. Gente senza speranza, penserete voi, mandata in un posto desolato, lontano dalla civiltà, obbligati a seguire orari e regole del Panopticon. E invece Anais non è affatto una hopeless: è stata abbandonata appena nata, non ha mai saputo nulla di sua madre, è passata tra adozioni, famiglie affidatarie e quant’altro per arrivare a essere mandata al Panopticon, con l’accusa di aver aggredito e mandato in coma una poliziotta. Ho detto che non è senza speranza Anais, nonostante l’elenco dei suoi comportamenti poco ortodossi, perché sarà anche una ragazzina sola, figlia della strada, che assume un po’ di droga e frequenta gente affatto gentile, ma non è cattiva. Sì, le piace un sacco dare fuoco alle cose, come se potesse fare piazza pulita, radere al suolo per ricominciare da capo, ed è un po’ quello che vorrebbe fare lei, quando si inventa nuove storie su quando è nata e chi sono i genitori, scenari possibili della propria vita che cambiano a seconda di chi le sta davanti. Anais ha però sempre un punto fermo, in queste storie: Parigi. Vorrebbe farsi una vita lì, abitare sopra un negozio che sforna croissant caldi la mattina e sentirne l’odore tutti i giorni, vorrebbe avere la possibilità di essere chi decide lei di essere, una ragazza intelligente che è stata presa a pugni dalla fortuna come dalla vita. Nel lasso di tempo che passa nel Panopticon, in attesa che le indagini vadano avanti e le condizioni della poliziotta migliorino o peggiorino, la ragazza inizia a fare conoscenza del luogo e dei suoi compagni di avventura, e mentre conosce loro riusciamo a capire anche qualcosa di lei. Le piacciono molto i cappelli, ad Anais, me le piace anche tanto imprecare, mordere, rispondere; è simpatica, assolutamente, nel suo tener testa ai più grandi, alle regole, alle porte sempre semiaperte e ad una cucina che non le permette di essere vegetariana – e quindi si vendica, oh sì se si vendica, magari rubando una bella stecca di cioccolato. E forse quella poliziotta non l’ha aggredita lei, perché era talmente fatta di droga da non ricordarsi nulla di quel momento, ma non lo ha neanche detto ai poliziotti, che vogliono per forza farla cedere, confessare, essere colpevole. 

Questo non è un thriller, come avrete capito, ma è un romanzo incentrato su una voce, quella della protagonista, raccontata con durezza ma al tempo stesso con precisione, senza tralasciare nulla, con tutto il brutto che c’è (tanto) ma anche con gli sprazzi di buono che sicuramente ci saranno, che ripercorre tutta la sua vita grazie anche all’aiuto di Angus, il tutor dell’istituto – istituto che di orwelliano, sappiatelo, non ha granché: è vero che a volte Anais vede qualche sagoma dalle finestre, ma non c’è poi tutto questo controllo rigido da 1984, perché i ragazzi hanno la paghetta per le loro uscite, serali e nei weekend, si spostano un po’ come e quanto vogliono.

Insomma, se all’inizio avevo avvertito tra le righe un’eco che diceva abbastanza chiaramente Jane Eyre, poi è arrivato un urlo che lo ha sovrastato:  Lisbeth, Lisbeth Lisbeth, diceva – di Uomini che odiano le donne. Perché può sembrare come Jane un’orfana che deve arrangiarsi da sola, che sembra debole ma ha dalla sua la forza dell’intelligenza, solo che Anais ha un fuoco che non si spegne rispetto ai suoi oscuri natali. Sono certa che direbbe tipo “vaffanculo, magari sono nata in un manicomio in un giorno di neve, forse mia madre non mi voleva o è morta, ma odio dover dipendere da questo”, visto che lei non vuole mai dire grazie e per favore.  Perciò Anais è quella che sceglie di vivere, non rimanendo impantanata nella sfortuna che l’ha accompagnata fino ad ora o al passato di cui non avrà mai certezza: ha tutto un elenco di cose che può ancora vedere, imparare, memorizzare e vivere. E Jenni Fagan ha ancora tante, bellissime cose da scrivere, farci attendere e leggere. 

Vera

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