#LettureDelMese – Il bacio della strega+Un amore dell’altro mondo

bacio strega

 

Non so se avete visto il film Room e se ve lo ricordate bene: Emma Donoghue è colei che ha inventato quella storia, di una madre e un figlio rinchiusi in una stanza dallo stupratore di lei, la storia di un bambino che conosce solo quel piccolissimo mondo e che quando riesce ad uscire e a vedere per la primissima volta il cielo, ecco, strappa un bel po’ l’anima, è impossibile spiegarlo appieno solo con le parole.

Emma Donoghue non ha scritto solo Room ma anche Il bacio della strega, che ho recuperato nella versione di Meridiano Zero datata 2007, tradotto da Maria Rosaria Corrado. Si tratta di una raccolta di racconti (accolta benissimo dal New York Times), per l’esattezza 13, che sono rielaborazioni di altrettante fiabe classiche – abbiamo Il racconto della scarpa, dell’uccello, della rosa, della mela, del fazzoletto, della chioma, del fratello, della filatrice, del casolare, della pelle, dell’ago, della voce e del bacio – con qualche differenza: propongono vite diverse delle loro protagoniste, finali alternativi spesso senza quella morale che era solita accompagnare le classiche fiabe che sentivamo o leggevamo da piccoli. 

La Donoghue fa sue queste storie già note, le lega a protagoniste affatto convenzionali, imperfette, con emozioni proprie esplicitate, a volte egoiste, figlie e sorelle sì devote ma non fino al punto di immolarsi, di permettere un incesto con il padre o lasciare una comoda casa nel bosco per seguire il proprio fratello; donne a cui spesso piace non il principe ma un’altra donna, cosa che relega la parte maschile a ruoli paternalistici, violenti, possessivi.

L’autrice ha detto che Il bacio della strega è il libro più facile che abbia scritto, perché le trame le aveva prese in prestito dalla tradizione orale e l’avevano talmente ‘ossessionata’ fin da bambina che ad un certo punto ha sentito (e voluto) di dover dire la sua. Una delle cose più belle di questo libro è lo stratagemma creato per legare tra loro i tredici racconti, ovvero farli raccontare dalla protagonista a quella del racconto precedente, in modo tale che il punto in cui i due personaggi si incontrano è quello che dà il via ad una storia del tutto nuova. Ed è proprio questo legame quello che più mi è piaciuto del libro, come anche la sensualità e la passionalità che scaturiscono da queste donne così moderne e contemporanee, altro che principesse remissive e permissive. 

 

 

pincio

 

Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002) è il mio primo libro di Tommaso Pincio. E ho volutamente scelto questo perché non potevo non partire da Kurt Cobain. Non che Pincio sia un fan dei Nirvana, intendiamoci: semplicemente era alla ricerca di un luogo e di un momento fosco in cui ambientare questo romanzo, ed ecco che la scelta è caduta sugli anni Novanta, che lui associa al colore grigio, per via della fine del ventesimo secolo, dell’era modernista. È così che arriva ad Aberdeen, cittadina che diede i natali a Kurt: lì pioveva davvero tanto, e poco lontano era stato girato Twin Peaks – altro motivo d’inquietudine targato ’90. 

 

Guardando lui, ho rivisto me stesso ragazzo e mi è servito a capire molte cose della mia generazione, la cosiddetta generazione X. Non si è trattato di influenza artistica dunque, ma di un’identificazione, un riconoscersi nella persona, del sentirla amica per ciò che era e ciò che ha passato, e mi riferisco al rapporto col proprio tempo, all’avvento della famiglia disfunzionale, al rapporto con la cultura popolare e purtroppo anche alla droga

 

Qui leggiamo di Homer Alienson, il fantasma di Kurt, l’amico immaginario cui il cantante dei Nirvana – e di una intera generazione – ha dedicato l’ultima lettera che scrisse prima di morire. Homer, che smette praticamente di dormire quando è ancora ragazzino, che cerca di recuperare il sonno perduto ‘sistemando’ questa insonnia tramite la droga, che si sente diverso da tutte le altre persone, alienato da famiglia e coetanei, che riesce a sopravvivere vendendo giocattoli ormai da collezione accumulati in più copie sin da piccolo, che ha tenuto imballati e inscatolati con cura; Homer che incontra Kurt sotto a un ponte, in una nottata piuttosto fredda. Il suo fratello ideale, per capirci, un emarginato antisociale come lui, che sente ancora l’eco di Laura Palmer e dell’Aids. Homer, che a un certo punto si separa da Kurt per via della carriera musicale dell’amico e se ne va nel deserto, con la sua palla piena del sistema per dormire, dove pensa di aver incontrato in una spogliarellista il suo amore dell’altro mondo. 

Non era mai stato un grande lettore, il che è un eufemismo per dire che non apriva un libro da anni. I libri erano pieni di storie e lui non sapeva che farsene delle storie. Non capiva quale fosse l’utilità di sapere cosa fosse accaduto a persone che non conosceva e che vivevano in posti dove non sarebbe mai andato. Ma c’era un’altra cosa che gli dava fastidio ed era che nelle storie dei libri c’era sempre qualche cosa pronta ad accadere mentre nella sua vita non accadeva mai niente. Ecco, lui pensava che i libri non fossero credibili proprio per questo, perché accadeva sempre qualcosa. La realtà, invece, era molto diversa: tu sei lì che aspetti succeda qualcosa, che speri succeda qualcosa, e invece niente. Potresti anche ammazzarti ma non succede niente.

Un amore dell’altro mondo non racconta di Kurt attraverso Homer, ma di quello che ha sentito, provato e vissuto quello specifico tipo di persona. Uno come loro due, straordinariamente sensibile, perennemente deluso dalle persone, dal mondo, dall’operatore dell’ufficio postale, che ha vissuto un particolare momento del secolo scorso, quello che gli anni Ottanta hanno fatto ai Novanta, con la televisione perennemente accesa, mentre restavi sveglio, dormivi o ti facevi di eroina. E ti chiedevi chi avesse ucciso Laura Palmer. Un famigliare, neanche a farlo apposta. Quel sistema famigliare che ha causato la distruzione del mondo di Kurt, i suoi traumi, il suo essere perennemente adolescente, seppur uomo, il rimanere inciso nell’anima senza incidere nel mondo, anche se i Nirvana l’hanno segnata eccome, la loro epoca. Io non sono della generazione di Pincio e di Cobain, appartengo a quella successiva, dei millennials, ma non potevo non sentire quel fumo nostalgico di Seattle e del grunge, l’odore dei pini di Twin Peaks e la musica dei Nirvana. Non si rimane incolumi a quel dolore, di Homer, di Kurt e di tutti gli altri reduci di quel periodo, non si può davvero.

Ho letto su di lui quanto più ho potuto e ho ascoltato le sue canzoni tante di quelle volte da far diventare Kurt Cobain quel migliore amico che non ho mai avuto ma di cui avrei avuto tanto bisogno. Sono consapevole che la stessa, identica cosa la pensano centinaia di migliaia di altre persone. Non pretendo di essere originale. Ancora oggi, ogni qual volta penso troppo intensamente a lui, mi vengono le lacrime agli occhi e se lo stesso capita anche ad altri non è un problema, anzi. Vorrà dire che sanno di cosa parlo.

Tommaso Pincio

Vera

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