#PerIGiovaniLettori – Il mistero di Agnes Cecilia + Oltre il bosco

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Ecco un altro di quei titoli di cui sono stata ‘vittima’ dopo aver avuto tra le mie mani 1001 libri da leggere prima di diventare grandi (a cura di Julia Eccleshare, ma vi ho già ammorbato abbastanza in vari post precedenti, quindi la smetto): Il mistero di Agnes Cecilia della svedese Maria Gripe (edito da Piemme nel 1994, con la traduzione di Laura Cangemi, 260 pagine), che peraltro aveva vinto il Premio Andersen nel 1974, mi aveva colpita (come nel caso de Il giardino di mezzanotte della Pearce) per l’atmosfera fantasmatica e inquietante che veniva accennata in 1001 libri, proprio quella tipica delle case-infestate-dai-fantasmi ma senza quella tendenza horror da Piccoli Brividi – non che mi lasci sfuggire anche quella, intendiamoci.

Qui leggiamo di Nora, una 14enne che si trasferisce con il fratello e la famiglia adottiva in una nuova casa, che avverte sin da subito nascondere qualcosa – o qualcuno. Nora sente il rumore di passi, le viene salvata la vita per ben due volte, qualcuno di invisibile rimane più di una volta sulla soglia della sua camera. Finché, un giorno, riceve una strana telefonata che la invita a recarsi in un negozio per ritirare una bambola: una splendida bambola, con capelli che sembrano veri, una pelle talmente naturale da farla sembrare viva, seppur con uno stile antico, da inizi Novecento. E grazie alla storia che si cela dietro questa bambola, che si chiama appunto Agnes Cecilia – storia che inizia agli albori del XX secolo per protrarsi attraverso due generazioni, fino ad arrivare a Nora – la nostra 14enne riesce a risolvere il suo personalissimo senso di perdita dei genitori, quel sentirsi perennemente un’estranea al fratello come ai genitori putativi e l’essere fuori posto sempre e comunque, non sentendo di appartenere a niente e a nessuno.

 

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Copertine di varie edizioni del libro – foto dal web 

 

Il mistero della bambola è perciò legato a quello delle radici (da scoprire e accettare) di Nora, che vanno ad accavallarsi in un tempo e in un luogo onirici, dal profumo antico ma anche sovrannaturale, e a tenerli insieme è il dolore: il dolore rispetto a quello che accadde ad Agnes e il dolore di quello che è accaduto a Nora, con tutte le sue conseguenze, per cui la nostra protagonista diviene portavoce di tutti i bambini come lei, che la vita ha reso fin troppo presto sfortunati, ma che possono ancora ribaltare le proprie sorti. La Gripe è riuscita a creare una storia dolce e dolorosa mescolando antico e moderno, umanissima nei personaggi, nel loro modo di essere e nelle loro sensazioni, con una caratterizzazione psicologica profonda ed emotiva, amalgamando il tutto con tensione e suspance sempre efficacemente presenti. 

 

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Ho a lungo creduto che Hazel Wood fosse uno stato mentale più che un luogo. E, fin dal primo momento in cui ho avuto la fortuna di studiare l’opera di Althea sotto la guida della professoressa Miranda Deyne, mi è stato chiaro che sua fonte ispiratrice era la magia tanto quanto la razionalità. Non fui sorpresa nello scoprire che Hazel Wood non appare su alcuna mappa, è estranea a Google Earth quanto la magia è assente da quasi tutti i programmi universitari inglesi. 

Hazel Wood è la dimora della nonna di Alice, una nota scrittrice di favole che però lei non ha mai conosciuto, perché sua mamma Ella non glielo ha mai permesso. E Alice non ha mai neanche potuto leggere I racconti dell’Oltremondo, il libro che ha reso momentaneamente celebre Althea Proserpine, che tra l’altro è fuori catalogo e ricercatissimo dai suoi fan. Ma mentre Alice inizia a scoprire qualcosa della vita e della dimora di sua nonna, si accorge di essere seguita (non solo dai fan che tentano di avvicinarla per arrivare ad Althea e dalla sfortuna che le perseguita costringendole a cambiare troppo spesso città) e all’improvviso Ella viene rapita, così ormai Alice non può più esimersi dal cercare e trovare Hazel Wood, costi quel che costi. 

Siamo praticamente a metà libro quando Alice si trova a dover fare i conti con la realtà di quelle favole che l’hanno praticamente ossessionata da sempre, a partire dal nome che porta: Alice, che può riferirsi a Carroll  come pure ad Alice-Tre-Volte, la protagonista di uno dei macabri racconti della nonna. E come nella precedente raccolta di racconti della Donoghue, Il bacio della strega, di cui vi avevamo parlato poco tempo fa, anche nel caso della Albert ci troviamo dinanzi a una ristruttura delle fiabe classiche, con protagoniste assassine, donne crudeli spinte dai sentimenti più cupi e neri – come la nostra Alice, che non senza fatica riesce a trattenere scoppi d’ira e attacchi di aggressività.

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Se nella prima parte, per restare in tema Carroll, leggiamo di una frenetica ricerca della tana del Bianconiglio/libro dei racconti di Althea, nella seconda Alice precipita letteralmente in quella tana.

Poi mi capitò tra le mani il libro di Althea. Ed era quasi perfetto. Non ci sono lezioni lì. C’è solo quel mondo orribile e crudele con un meraviglioso tocco di magia, dove accadono eventi tremendi. E non accadono per una ragione particolare, o a tre a tre, o secondo una modalità che appia frutto di giustizia. Sono fiabe ambientate in un luogo che non ha regole e non ne vuole. E la voce dell’autrice – la voce di tua nonna – è perfettamente priva di compassione. È come una reporter di guerra che se ne freghi.

Una tana bella e crudele, insomma. E Alice deve giocare con chi l’ha costruita, deve raccontare la sua storia e magari riscriverla, esattamente come possiamo fare nella vita, liberandoci di eredità pesanti che non desideriamo affatto e ripartire da zero, ex novo, da 17 anni come da adulti, ma scegliendo però chi siamo. 

Per me Oltre il bosco di Melissa Albert (edito da Rizzoli nel 2019, con la traduzione di Fiammetta Giorgi, 330 pagine), una web editor e scrittrice per riviste come Time Out Chicago, è riuscitissimo: non mi ha né fatto staccare dalle sue pagine e né annoiata, grazie ai suoi cambi di ambientazione e ritmo, e poi perché mostra cosa può accadere se si decide di oltrepassare quel confine, spesso sottile, che separa la realtà dalla favola – altro che mondo perfetto con castelli, unicorni, principesse e vissero tutti felici e contenti. La sola annotazione che sento di fare riguarda il titolo: avendo lasciato la bellissima copertina della versione originale, forse avrei preferito la stessa cosa per The Hazel Wood

Vera

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