Pat di Silver Bush

C’era una volta l’Isola del Principe Edoardo: un luogo bellissimo, in cui si trova una vecchia ma affascinante fattoria, Silver Bush, casa della famiglia Gardiner. Ed è qui che troviamo Patricia, detta Pat: vive felice e beata nella natura incontaminata che la circonda e la pervade, ama tutto e tutti di quei luoghi e condivide la sua fanciullezza spensierata con Jingle e Bets.

 

pat

 

“La ragazza che più di ogni altra è me stessa è ‘Pat di Silver Bush'”, così scriveva Lucy Maud Montgomery in una lettera del 1933 in risposta ad una lettrice, e come darle torto, visto il carattere di Pat – che mi ricorda molto Jo, nella sua sensibilità ed indipendenza. Ma non dimentichiamoci l’Isola: l’appartenenza ad un luogo – che già avevo iniziato a conoscere in Jane di Lantern Hill, il primo della collana Plumfield di Jo March – è alla base di questi romanzi per ragazzi di Lucy Maud Montgomery, in quanto rappresenta un luogo speciale, sede spesso di antiquate dimore di campagna, in cui il tempo non è affatto quello inarrestabile delle città. Qui le ore e i giorni si dilatano quasi fino all’immobilità, così come sembrano farlo i sentimenti, che ne escono fuori potenziati, intensificati, sia quelli verso la natura circostante e sia quelli riguardanti le singole persone. 

Pat di Silver Bushedita nel 2019 grazie alle fantastiche ragazze di Jo March Editore (Lorenza e Valeria) e tradotta dalla bravissima Elisabetta Parri, è stata scritta da Maud nella casa in cui si trasferì nel 1926, in Ontario, in una cittadina sulle sponde del fiume Credit, e quando inizia a scriverla, nel 1932, nella testa dell’autrice ci sono ben due dimore: quella della sua infanzia e quella dei suoi desideri, che arrivano a confluire in Silver Bush. Qui è tutto idilliaco, ideale, con tanto di governante/narratrice di storie, Judy, che i bambini adorano e starebbero ad ascoltare per ore e con cui vorrebbero addormentarsi, la sera.

Tutti i bambini di Silver Bush amavano dormire di tanto in tanto assieme a Judy, durante la notte, e lo facevano finché non diventavano troppo grandi; ascoltavano le storie che narrava sulla gente menzionata sulla coperta. Vecchie fiabe dimenticate… Antiche storie d’amore… Judy le conosceva tutte, o, in caso contrario, le inventava. Aveva una meravigliosa memoria, nonché il dono di conferire drammaticità alle immagini che riusciva ad evocare con le parole. Le storie di Judy non erano sempre innocue. Disponeva di un infinito repertorio di bizzarri racconti di spettri e di ‘omicidi davvero interessanti’, e c’era da stupirsi che non spaventasse a morte i bambini, facendo loro perdere un anno di crescita. Ma essi reagiva soltanto con una meravigliosa pelle d’oca. Sapevano che le storie di Judy erano delle ‘menzogne’, ma ciò non aveva importanza. Erano delle bugie avvincenti e interessanti. Judy aveva l’adorabile abitudine di prolungare un racconto notte dopo notte, con l’asta di interromperlo proprio nel punto in cui il coinvolgimento emotivo era al suo apice; dono, questo, che qualunque scrittore di storie a puntate le avrebbe invidiato. Quella che Pat preferiva era l’orribile storiella di un uomo assassinato, i cui pezzi erano stati ritrovati in giro per casa: un braccio in soffitta, la testa nella cantina, un osso in un recipiente della dispensa.

Si capisce sin dalle prime righe di questa citazione qual è la paura maggiore di Pat: perdere questa felicità, essere vittima di un cambiamento, diventare grande. Ed è proprio questo che leggiamo nel romanzo: il percorso di formazione di una ragazzina di sette anni, che vediamo nella sua iniziale innocenza – contagiosa anche per i suoi migliori amici, Jingle e Bets – fino alla perdita della stessa, a causa della vita che non si ferma mai, che procede per la sua strada. Nell’Introduzione al volume scritta da Lorenza Ricci, che consiglio di leggere alla fine per evitare alcune anticipazioni della trama, si fa riferimento al fatto che nella sua storia Pat viene costretta a disilludersi per via di un dolore enorme, che in termini di plot non ha alcuna ragione artistica secondo Elizabeth Waterston e che dipende essenzialmente dalla vita di Maud che irrompe nelle pagine del romanzo. 

Pat of Silver Bush - Wikipedia

Mi trovo molto d’accordo con chi dice che sì, trattasi di un libro per ragazzi questo, ma lo è in un modo un po’ anomalo, perché se è vero che i ragazzi ne sono protagonisti, è vero pure che gli adulti che lo leggono sono in perfetta sintonia con loro, con i sentimenti che provano man mano. Li comprendono, insomma. Di solito i piccoli uomini e le piccole donne di cui abbiamo letto le avventure non vedono l’ora di crescere. Pat invece no. Vorrebbe rimanere la bambina di sette anni che conosciamo all’inizio piuttosto che la diciottenne che infine lasciamo. Ed è strano che mentre scrivo questa cosa stia leggendo di un’altra donna, realmente esistita, ovvero Dare Wright, autrice de La bambola solitaria, rimasta davvero una bambina anche nella sua vita adulta – forse perché bambina non lo era mai stata. Lei l’infanzia l’aveva persa mentre Pat, avendola vissuta pienamente, non vuole abbandonarla. 

Chi vorrà leggere Pat  di Silver Bush – e vi invito davvero a farlo, già solo per la copertina che è bookporn ed anche per quello che ne dice Pamela di lastcenturygirl – avrà davanti prima una bambina e poi una giovane donna, potrà capire cosa vuol dire prima guardarsi intorno e poi guardarsi dentro. E che se le cose cambiano, non vuol dire che ce ne dobbiamo forzatamente staccare: ci possono rendere un pochino diverse, ma diventano comunque parte di noi, dei nostri ricordi e, quindi, della nostra vita.

Vera 

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