Rimanere a Lions? Impensabile. Non solo era quasi disabitata, ma anche maledetta, un luogo pervaso di luce accecante e mulinelli di polvere. Non c’era niente, tranne il vento e un sole bianco. Era come non essere da nessuna parte, nel nulla. Sotto i piedi il vuoto. A Lions non c’era futuro. Non importava quanti aneddoti ti avessero raccontato sugli anni passati, quanti piani avessi in serbo per il domani: eri prigioniero di un eterno presente.

Davvero, non c’è quasi nulla a Lions: varie fattorie, un bar, una tavola calda, uno zuccherificio abbandonato, l’officina dei Walker, tanta, tanta terra arsa da sole e vento, una ferramenta, una cisterna colma d’acqua, una vecchia pompa di benzina (ricordo di tempi andati) e pochi abitanti, perlopiù anziani o giù di lì. E una solitudine collettiva sterminata, mista a un senso di solidarietà e ad una certa inerzia di sopravvivenza. Bonnie Nazdam, con questo suo secondo romanzo (Black Coffee, 2017) non ci racconta affatto l’America cittadina, asfaltata e cosmopolita delle grandi metropoli: i suoi Stati Uniti sono provinciali, non borghesi quanto piuttosto intimamente periferici, polverosi e ancorati a un florido passato contadino (dei primi coloni), che però oggi risultano estraniati dal tempo e dal mondo. 

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Gordon e Leigh, i due giovani che ancora persistono a Lions, li troviamo in bilico, obbligati a decidere cosa fare della loro esistenza: tenerla incollata a quegli immensi spazi che si sono improvvisamente portati via un padre – quello di Gordon – o lasciare che il desiderio di libertà – quello di Leigh – li trascini via come una corrente, proprio quando l’effetto domino di abbandoni e addii è appena iniziato? La Nazdam ci fa immergere, con la sua scrittura ariosa, nei luoghi, nelle anime e nelle vite di questa ghost town, lasciandoci intendere, sin dalle prime pagine, la presenza di un qualcosa che è destinato a morire e a estinguersi, con un senso di ineluttabilità e fatalità che dapprima contorna e poi diventa asfissiante, attraverso uno stile allusivo che strizza inevitabilmente l’occhio al romanzo della provincia americana.

Lions è dunque un racconto dolente in cui illusioni, speranze e fardelli derivanti dal passato si intrecciano in un modo quasi ineluttabile, tra miti di epoche dorate forse mai esistite e faticosi tentativi di rendere la quotidianità migliore, passo dopo passo.

Bonnie Nadzam lavora quasi in sottrazione: in questa remota cittadina dell’ovest manca tutto, se ci riferiamo ai beni materiali. Se, invece, osserviamo il fattore umano, i personaggi risultano autentici e, cosa non da poco, in grado di suscitare empatia pur incarnando posizioni a volte opposte. La famiglia di Gordon Walker e quella meno convenzionale di Leigh Ransom, come anche i vecchi coniugi Jorgensen, il poliziotto Chuck Garcia, la venditrice di cianfrusaglie Marybeth e il trio costituito da Dock, Annie e il loro figlio Emery, eternamente bambino nella testa e nel cuore, parlano e agiscono in maniera schietta. Il risultato è che li percepiamo alla stregua di vecchi amici, di cui conosciamo pregi e difetti, e che forse amiamo maggiormente alla luce delle loro imperfezioni e mancanze.

In definitiva Lions rappresenta un intreccio in cui tutti i tasselli hanno il loro giusto peso: è la storia di una città che si dilegua; è l’insieme degli abitanti che l’hanno popolata e affrontata con sentimenti ambivalenti; è l’amore tra Leigh e Gordon, fatto di infanzia condivisa, progetti  e scontri; è il rapporto simbiotico tra John e sua moglie Georgie; è l’amicizia tra Georgie e May; è il groviglio di credenze sedimentate e di preghiere per un domani che porti benessere; è uno sconosciuto che piomba in città alimentando funesti presagi; è il luogo misterioso a nord dove John si recava a passare  brevi e inspiegabili soggiorni, con coperte, cibo in scatola e vecchi tascabili western.

Questo canto evocativo e struggente non edulcora la realtà e non crede ciecamente al futuro. Le sue pagine sembrano bisbigliarci di godere del hic et nunc, perché il prossimo rovescio di fortuna potrebbe cancellare anche i nostri ricordi, le nostre case, i nostri affetti.

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Non era così che doveva andare, si disse. Sei giovane e nessuno ti ha dato il tempo di imparare, di rimediare, di sistemare le cose. È un paese grande, il nostro, dovrebbe esserci spazio per gli errori. Non è questo in fin dei conti che ti fa credere che tutto possa essere rifatto da capo, migliorato, sistemato? 

Vera e Gwen 

 

 

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