Sono un paio di anni che ho ripreso a leggere – con immenso piacere – le raccolte di racconti. Il merito di questo ritrovato interesse è soprattutto della formidabile Alice Munro, capace di condensare in poche pagine un universo narrativo che non ha nulla da invidiare alle trame dei romanzi più articolati. Ecco perché, quando ho avuto modo di affrontare la lettura di uno dei tanti libri acquistati durante il Salone del Libro di Torino, ho scelto Happy Hour di Mary Miller, pubblicato dalla nuovissima Edizioni Black Coffee (una casa editrice il cui progetto è pubblicare soprattutto autori e autrici della narrativa nordamericana contemporanea meno mainstream, con una chiara preferenza per gli esordienti. Un’intenzione lodevole, che diventa una realtà autonoma della letteratura indipendente dopo essere stata anche una delle collane delle Edizioni Clichy).

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Non conoscevo Mary Miller, di cui purtroppo ancora non ho letto il romanzo d’esordio Last days of California, e mi sono approcciata alle sedici storie di questa raccolta sapendo ben poco. L’impatto è stato fulminante. Mary Miller, giovane scrittrice del Mississippi, ci racconta sedici donne diverse che vivono nel sud degli Stati Uniti, tutte irrequiete e imperfette e – proprio per questo – potentemente realistiche. Il linguaggio è diretto, immediato, senza mezzi termini o giri di parole: la prosa della Miller non lascia spazio a descrizioni edulcorate. Ci troviamo nella testa di Alice, Laura, Amy o Darcie, pensiamo con loro, respiriamo con loro, abbiamo la netta consapevolezza dell’uomo sbagliato che stiamo frequentando, ma il sesso è una favola, anche se non ci sono i soldi per fare la spesa e l’unica consolazione è una bella confezione di birre da sei.

Queste donne hanno molto da comunicarci e, anche se nello specifico magari non siamo mai state con un papà single o un ex-detenuto, quello che provano è quello che avverte ogni donna all’interno di una relazione sentimentale sbagliata. Eppure, nonostante la chiara percezione dell’inadeguatezza, cambiare le cose costa troppa fatica. Quindi la vita continua a scivolare, attimo dopo attimo, tra routine, delusioni, cattive abitudini e speranze spesso poco fondate.

Le storie sentimentali sono uno degli aspetti preponderanti di questi racconti, ma non sono l’unico legame affettivo esplorato. Mary Miller scava a fondo anche nell’amicizia tra donne e nel desiderio/paura della maternità, attraverso figure di bambini che a volte non sono neanche i figli delle protagoniste. Inoltre spesso, accanto a dipendenze da sostanze più o meno legali, c’è l’assenza del lavoro, che diventa il vessillo della mancanza di indipendenza dei personaggi femminili.

Lo sguardo della Miller è realistico, implacabile, sposa cinismo e ironia in un’unica soluzione. Ha scritto questi racconti in un arco di tempo abbastanza lungo, otto anni, e quindi ha avuto modo di attingere anche dalle sue esperienze personali, quasi una confessione esplicitata dalla dedica iniziale e dai ringraziamenti finali.

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Sicuramente sono racconti che dipingono l’io femminile contemporaneo in maniera sincera e asciutta. Le zone d’ombra si mescolano a quelle di luce, regalandoci tante soggettive diverse. In particolare, ho apprezzato all’interno della raccolta: IstruzioniUn tempo questo era il passaggio a livello più lungo del mondoUn amore, grande, grosso e cattivoHamilton Pool; Happy Hour; Tabelle; Il 37.

Vi consiglio di leggere queste storie per lo stesso motivo per cui amiamo leggere tutti, più o meno consapevolmente: per osservare meglio la realtà circostante e per guardarci dentro con più consapevolezza.

Gwen

p.s. A breve vi aspetta una delle nostre solite letture condivise su un’altra pubblicazione della Black Coffee: Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman (e non vediamo l’ora di parlarvene!)

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