Immagine senza nome

Inizia così Il corpo che vuoi (You Too Can Have a Body Like Mine) di Alexandra Kleeman, edito da Black Coffee a marzo 2017 e tradotto da Sara Reggiani. Con la voce di A, un’anonima ragazza americana di un’ancora più anonima città americana, che mangia ghiaccioli e arance per modellare il suo corpo secondo un certo stereotipo di bellezza, quello che ama C, il suo ragazzo, che fuoriesce dal reality che lui adora guardare perennemente in tv. C’è anche B, la coinquilina di A, che cerca di assomigliarle a tal punto da confondersi con lei, da divenire A, appropriandosi delle sue cose, della sua stanza e persino di C. 

Partendo dalla voglia di mostrare come e cosa siano oggi i rapporti interpersonali, la Kleeman affronta problematiche del tutto contemporanee oltre che postmoderne, ovvero l’ossessione femminile per il cibo e il corpo, la crisi identitaria e la paura di non essere come gli altri, che in questo thriller “della scomparsa” diviene addirittura voglia di appartenenza. Fino a concepire l’adesione a una setta: quella dei “fantasmi” che A ha visto dalla finestra del suo appartamento, i suoi vicini, mentre abbandonavano la loro abitazione – e anche lei che li osservava -, lasciando soltanto una strana scritta sulla porta del garage. Mentre scrivo ‘scomparsa’ e ‘fantasmi’ mi viene in mente che l’idea non è molto dissimile da quella di Tom Perrotta nel suo The Leftlovers, Svaniti nel nulla – dove i vestiti di bianco non potevano comunicare verbalmente, ma potevano fumare incessantemente. Ecco, A li segue questi vicini, vuole capire che fine hanno fatto, perché loro non sono affatto svaniti nel nulla, non sono Scomparsi, ma piuttosto fanno parte di “un bel gruppo. Un eccellente gruppo”, quelli che mangiano solo Kandy Kake, quando non riescono più a non sentire i crampi della fame. 

Se pensate che un romanzo d’esordio non possa essere ossessivamente fisico, televisivamente realistico, fisicamente bulimico come purtroppo il mondo odierno porta le donne ad essere, bè, leggete questo libro di Alexandra Kleeman e forse potrete contemplare quanta disperazione possa esserci nell’avere un corpo e doverlo adattare ad una vita, quando di adatto non si trova proprio nulla. 

dav

Vera ha già centrato tutti i temi principali che si annodano sotto l’intreccio narrativo di una storia che parla alle nostre paure più recondite. Il continuo conflitto tra realtà e apparenza è ormai qualcosa da cui non possiamo prescindere, eppure vivere con A quest’avventura grottesca serve a soffermarsi su ciò che ormai diamo per assodato e convenzionale. Alexandra Kleeman ci fornisce una bella lente d’ingrandimento per capire quanto assorbiamo dalla televisione, dalla pubblicità e dai comportamenti sociali condivisi a prescindere dalle nostre esigenze individuali. Adeguarci a degli standard scelti per noi dall’esterno (in primis dai grandi colossi industriali e dalle loro campagne di marketing martellanti), ci illude quasi di poter essere più amati, compresi, accettati e infine più sicuri di noi stessi.

Una persona in teoria dovrebbe desiderare di essere una persona migliore. Le persone migliori hanno una scorta di sé che gli avanza, sono disposte a donarla agli altri, qualcosa da cui possono separarsi e prendere le distanze. In me invece le varie parti si staccano e basta, si allontanano e aspettano che accada qualcosa.

Perché la continua ossessione per il nostro aspetto o il tentativo di colmare nuovi bisogni instillati con cose, è solo un altro modo per sfuggire all’eterna mancanza di sentimenti. A, nelle 300 pagine della sua storia, insegue il bisogno di amore – identificato con C – e soprattutto di accettazione. Cerca una famiglia nei vicini scomparsi (la casa disabitata diventa quasi un nido dove nascondersi), così come brama una realtà sociale più ampia che possa accoglierla, inglobarla e aiutarla a districarsi in un mondo sempre più sfidante. Solo arrivando alle ultime pagine si può capire se A ha trovato quello che sperava. 

Interessante è anche il luogo che diventa spesso la meta finale delle passeggiate di A: il supermercato. Qui A vuole acquistare quello che desidera per essere felice – magari una bella Kandy Kake per mettere a tacere lo stomaco – e forse, a livello più inconscio, è letteralmente a caccia di risposte a domande più grandi di lei. Gli altri posti del suo quotidiano invece, come l’azienda dove lavora (A esercita la professione di correttrice di bozze freelance), diventano quasi delle zone di non azione. A sembra diventare più partecipe della sua vita solo quando esce fuori e cammina per la strada, magari diretta in uno dei tanti punti vendita Wally’s.

L’unica conclusione possibile è che vorrete leggere questo romanzo per due ordini di motivi: perché sarete catturati dalla smania di scoprire cosa succede ad A e quale mistero si nasconde dietro la fuga dei vicini e perché non potrete rinunciare alla vostre elucubrazioni su un testo così attuale e brillante. 

Noi siamo curiose di vedere cosa ci riserverà in futuro Alexandra Kleeman, dopo averci stupito con una prosa diretta, incalzante e portatrice sana di riflessione.

Io (Gwen) ho avuto anche l’onore di sentirla parlare dal vivo all’incontro a Ivrea, durante La grande invasione , proprio all’inizio di questo mese. Un’occasione davvero interessante, in cui la giovane autrice (classe 1986) ha esplorato le idee e le considerazioni che l’hanno portata alla stesura di questo suo romanzo, scritto dieci anni fa – a soli vent’anni aggiungo io – , eppure ancora tremendamente attuale nonostante la scelta di non inglobare i social network nella trama, già così pervasa dai mass media e dai cellulari. 

Gwen e Vera

L’autografo di Alexandra Kleeman sulla copia de “Il corpo che vuoi” di Gwen, acquistato al Salone del Libro di Torino
Annunci